14 Dicembre, 2006 01:50 in [infotech , qwerty ]

Ieri sul blog di Chris Anderson di Wired è apparso un interessante post che ipotizza alcune delle novità che la rivista potrebbe adottare per integrare carta e web e seguire le magiche parole d'ordine «trasparenza» e «partecipazione».

Sabato 16 agli Stati generali del Manifesto, che vuole rinnovarsi proprio guardando in quella direzione, i giornalisti e i lettori parleranno di cose simili. Ecco le proposte di Anderson:

1) Mostrare chi siamo: ogni redattore avrà il suo blog, la sua biografia e la spiegazione delle sue mansioni on line, e darà ai lettori la possibilità di contattarlo.

2) Mostrare su cosa stiamo lavorando: permettere l'accesso ai wiki su cui lavora il giornale.

3) «Il processo come contenuto»: mettere a disposizione del pubblico i materiali grezzi, per esempio le interviste prima del taglia-e-cuci redazionale, e permettere ai lettori di dire la loro anche su quello.

4) Privilegiare la folla: applicare il mitico crowdsourcing dando ai commenti la stessa importanza degli articoli, pubblicando in automatico le lettere al direttore, facendo commentare e votare tutto.

5) Lasciare che i lettori decidano cosa è meglio: usare Reddit, un software di social bookmarking, per misurare statisticamente l'interesse e il valore degli articoli secondo i lettori e costruire il giornale di conseguenza.

6) Wikificare tutto: Wired ci ha provato con «Veni. Vidi. Wiki», un articolo sui wiki scritto su un wiki dai lettori e pubblicato nella rivista. Ha funzionato.

Provate a immaginare un giornale fatto così, non sarebbe divertente? Naturalmente Anderson non si nasconde i mille problemi che potrebbero nascere da queste novità, ma garantisce che saranno tutte prese in considerazione.

Ah, avrei voluto linkare una pagina di presentazione degli Stati generali che Il Manifesto terrà sabato 16 dicembre a Roma, ma non l'ho trovata, evidentemente non esiste. Cominciamo male...

25 Novembre, 2006 01:13 in [infotech , videogiochi ]

In Europa non è ancora uscita, ma i milioni di PlayStation 3 vendute in Giappone e Stati uniti stanno già facendo gola a chi ha bisogno di una grande potenza di calcolo. Le nuove consolle hanno processori particolarmente potenti (3.2GHz) che saranno perennemente connessi alla rete. Perchè non usarli per risolvere problemi computazionali?

La stessa Sony ha annunciato che le PlayStation potranno essere usate per funzioni di calcolo parallelo, e ha autorizzato Folding@home, un programma di simulazioni al computer per studiare il comportamento di alcune proteine interessate in patologie come Huntington, Alzheimer, Parkinson. Nata a Stanford nel 2000, Folding@home ha già utilizzato un milione di Pc sparsi per il mondo. Ma con 10.000 Ps3 che lavorano in parallelo si potrebbe raggiungere una potenza di calcolo di un teraflops.

Ovviamente sfruttando i momenti - di solito la maggior parte del tempo - nei quali il proprietario della PlayStation non gioca e quindi il processore non lavora ai videogame.

In fila ad aspettare di accedere a questa enorme montagna di tempo-macchina inutilizzato si sarebbero già messi anche progetti meno nobili. Secondo Gartner, un'azienda di e-business e tecnologia, i milioni di Ps3 che saranno in rete tra pochi mesi attireranno cybercriminali ansiosi di utilizzarne i teraflops.

24 Novembre, 2006 01:08 in [infotech , qwerty , movimento ]

«Blog senza logs»: la nuova piattaforma di blog messa a disposizione dal server autogestito di Autistici/Inventati si chiama NoBlogs e, in linea con la tradizione del collettivo di A/I, fornisce garanzie di anonimato e privacy. Anche evitando di conservare i log, le tracce delle operazioni che permettono di risalire a ogni movimento che facciamo su internet.

Insieme a NoBlogs, «contenitore di trame, energie spontanee ed autoorganizzate», Autistici/Inventati ha lanciato un servizio di social bookmarks simile al più noto del.icio.us. La ricetta è semplice: «Conserva i tuoi link preferiti in un unico posto raggiungibile ovunque. Condividili con chi vuoi. Assegna delle etichette in modo da poterli organizzare secondo le categorie che preferisci».

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10 Novembre, 2006 00:51 in [infotech ]

Tim Berners-Lee«Il Web non è fatto solo di computer. Il Web sono persone che, certo, sono connesse tramite i computer. Ma l'informatica, che studia quello che succede in un pc, non ci dice quello che succede nel Web». Parola di Tim Berners-Lee, il padre del World Wide Web, concepito quando lavorava nei laboratori del Cern di Ginevra.

Il 2 novembre Berners-Lee ha lanciato un programma di ricerca che si chiama «Web science» e che studierà la struttura della rete nelle sue due dimensioni: sociale e ingegneristica. Infatti la forma di produzione dei contenuti sul Web 2.0 è collettiva, frutto di milioni di intelligenze connesse dalle tecnologie decentrate di internet. Comprendere questo magma e i suoi risultati sarà lo scopo della Web Science Research Initiative di Berners-Lee, che oggi lavora al Mit di Boston e all'Università di Southampton. In uno sforzo congiunto, le due università daranno ai propri studenti la possibilità di seguire un piano di studi di Web science, e entro due anni inaugureranno veri e propri corsi di laurea.

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07 Novembre, 2006 02:33 in [infotech , qwerty ]

Quando News-Press, il giornale di Fort Myers in Florida, ha chiesto ai suoi lettori di Cape Coral di aiutare il giornale a capire il perchè dei prezzi elevati delle forniture dell'acqua alle case, il suo sito ha avuto in un mese più contatti che in tutta la sua storia. Centinaia di persone da tutto il mondo, ingegneri in pensione e ragionieri curiosi hanno investigato e prodotto un reportage che ha costretto la città ad abbassare le tariffe.

Questa è solo una delle tante storie che secondo Jeff Howe, inventore del termine crowdsourcing, hanno portato il grande gruppo editoriale Gannett a interessarsi dei cosiddetti users generated contents. E a lanciare un progetto che da maggio li integrerà nelle novanta testate statunitensi possedute dal gruppo, tra cui Usa Today, uno dei quotidiani più diffusi al mondo. (Continua)
14 Ottobre, 2006 01:15 in [infotech , open_access ]

Molti anni fa (era il 1984) Richard Stallman se ne andò dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) per dare vita a uno dei più noti e riusciti esperimenti di intelligenza collettiva al lavoro: Gnu, la piattaforma di software libero che oggi è la base del sistema operativo Linux e che è costantemente migliorata da una comunità di migliaia di programmatori disseminati in tutto il mondo. Stallman non voleva che la libera evoluzione del suo software, prodotto collettivamente dagli hacker, fosse ostacolata dal copyright.

Chissà se al Mit di Boston stavano pensando a lui quando hanno trasformato il Center for Coordination Science nel nuovissimo Center for Collective Intelligence, che si propone di capire «come le persone e i computer possono essere connessi in modo da agire – collettivamente – in modo più intelligente di quanto qualunque individuo, gruppo o computer abbia mai fatto prima». È una decisa evoluzione dell’approccio della scienza alle nuove tecnologie informatiche e alle reti sociali, che stanno dimostrando il loro valore produttivo con risultati anche economici di tutto rispetto.

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03 Ottobre, 2006 01:03 in [infotech , mondo , open_access ]

Insegnanti di tutto il mondo unitevi! Se vi chiedete come far entrare nella scuola le potenzialità del cosiddetto Web 2.0, cioè di quelle applicazioni che permettono agli utenti della rete di non essere consumatori passivi ma di creare i propri contenuti in una forma sociale e condivisa, il Global Text Project è quello che fa per voi. Soprattutto se non siete insegnanti ma studenti in coda in libreria per l’acquisto dei costosissimi libri di testo scolastici.

Il progetto parte dall’Università della Georgia negli Stati Uniti, ma si propone di creare una rete in tutto il mondo per rendere disponibili testi a costo zero per gli studenti dei Paesi in via di sviluppo, che spesso non possono permettersi i libri necessari per l’educazione superiore. Non si tratterà di semplici libri e nemmeno soltanto di e-book, ma di wiki, cioè testi aperti alle modifiche che la stessa comunità scolastica vorrà apportarvi per migliorarli.

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20 Settembre, 2006 00:57 in [infotech , trashtech ]

«Noi buddisti crediamo nella filosofia dell’interdipendenza. Niente è indipendente, tutto è collegato e interdipendente. Dobbiamo collegarci con gli altri, e per collegarci abbiamo bisogno della comunicazione. E per la comunicazione ci sono strumenti incredibili, e ciò è davvero buono». Da qualche tempo a questa parte diverse città si stanno dotando di una rete wireless municipale, per garantire l’accesso a internet a tutti gli abitanti. Gli esempi non mancano, e mentre Google sta dotando tutta l’area di Mountain View di segnale wi-fi gratuito, San Francisco ha già alcuni quartieri coperti dal segnale internet senza fili e Parigi vuole dare a tutta la città una rete wi-fi entro la fine del 2007.

Ma le parole di Samdhong Rinpoche, Primo ministro del Tibet, si riferiscono alla rete di Dharamsala, la città del nord dell’India che è la capitale del governo tibetano in esilio e la residenza del Dalai Lama. Lì si naviga con le trenta antenne del Dharamsala Community Wireless Mesh Network, un esperimento di rete wi-fi comunitaria che copre sessanta chilometri di raggio e duemila computer, mettendo a disposizione dei suoi membri connessione internet, possibilità di scambiarsi file e di telefonare tramite un sistema VoIP.

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28 Luglio, 2006 00:39 in [controllo , infotech ]

Avete mai provato a camminare per strada, fare la spesa o viaggiare facendo caso a quanto del vostro tempo viene registrato da una telecamera di sorveglianza? E avete mai pensato alla mole enorme costituita dalla massiccia registrazione delle nostre comunicazioni, email e telefonate? È un flusso continuo di immagini e parole, una quantità di dati infinitamente più elevata della capacita umana di analizzarla. Il problema di come migliorare le nostre prestazioni visive e cognitive se lo è posto Darpa, l’agenzia di ricerca avanzata del Pentagono, puntando su quelle ricerche che cercano di integrare tre sistemi: hardware, software e wetware, come viene chiamato l’umido cervello umano che interagisce con i sistemi informatici.

Paul Sajda, bioingegnere del Laboratorio di Intelligent Imaging e Neural Computing della Columbia University di New York, sostiene che «il nostro sistema visivo è il miglior processore visuale che ci sia, stiamo soltanto cercando di accoppiarlo con le tecniche di visione computerizzata per rendere più efficiente la ricerca in grandi quantità di immagini». Sponsorizzato da Darpa, Sajda sta lavorando a C3Vision, letteralmente il «Sistema di visione accoppiata computer-corteccia»: una nuova interfaccia tra cervello e macchina che darà vita a un identificatore di immagini che operi più rapidamente della coscienza umana, combinando la velocità di calcolo del cervello umano e quella dei computer.

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14 Luglio, 2006 00:35 in [infotech , mondo ]

«La tecnologia non è un privilegio per i ricchi, ma uno strumento per i poveri». A Kuala Lumpur in Malaysia, il 19 e 20 giugno scorsi, è nata UnGaid, l’Alleanza globale delle Nazioni unite per le Information and Communication Technologies (Ict) e lo sviluppo. Si tratta di una nuova agenzia dell’Onu che lavorerà per cercare di colmare il digital divide, cioè la ciclopica differenza nel possesso di mezzi di comunicazione tra Nord e Sud del mondo.

Non solo internet, ma anche cellulari, ricevitori satellitari e tutti gli altri strumenti che ci fanno entrare nell’infosfera sono infinitamente meno accessibili nei Paesi poveri rispetto a quelli ricchi. È una differenza che ha effetti negativi proprio sullo sviluppo, mentre le aree ricche del pianeta si avvicinano all’estensione totale dell’uso della rete e aumenta la diffusione di tutti quei ‘giocattoli’ che ci garantiscono l’accesso alle informazioni e alla conoscenza. UnGaid sarà un forum di discussione aperto a tutti gli interessati, un network di esperienze decentrate che non si sostituirà alle istituzioni e alle reti sociali che combattono il digital divide, ma ne coordinerà il lavoro stimolando il dialogo sul ruolo delle Ict nello sviluppo economico e nella lotta alla povertà.

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02 Luglio, 2006 20:29 in [controllo , immaginari , infotech ]

Anche il Department of Homeland Security statunitense, nato sull’onda della guerra al terrorismo post-undici settembre, se la prende ogni tanto con i movimenti sociali. Nel febbraio scorso il Dhs ha iniziato i suoi wargames contro il terrorismo cibernetico: un’esercitazione anti-intrusione nei sistemi informatici che ha coinvolto un centinaio di organizzazioni non solo americane ma anche canadesi, britanniche e australiane.

Si trattava di coordinare la risposta a un attacco via computer, simulando le reazioni delle diverse strutture e le ripercussioni sul sistema dei trasporti o su quello dell’informazione, per esempio. Il Dipartimento per la sicurezza nazionale non aveva però svelato i particolari tecnici né «politici» dell’esercitazione. Così la sorpresa di scoprire i protagonisti della simulazione la dobbiamo a Cryptome, il sito di controinformazione che si diverte (a costo di essere costantemente nel mirino delle forze dell’ordine) a pubblicare documenti secretati dai governi, soprattutto quelli relativi a «libertà di espressione, privacy, crittografia, tecnologie, sicurezza nazionale, intelligence».

Cryptome ha reso pubblico un documento del Dhs dal quale veniamo a sapere, non senza sorridere, che l’importante simulazione di febbraio riguardava un attacco di «Freedom not bombs», un fantomatico movimento cyber terrorista il cui nome ha una somiglianza perlomeno sospetta con Food not bombs, l’organizzazione pacifista che distribuisce pasti vegani agli homeless.

 (Continua)