10 Agosto, 2008 21:17 in [McVegan , mondo ]

Proprio mentre esplode la BBQ season, la stagione del barbecue, una vera ossessione che crea ogni pomeriggio d'estate una cappa di fumo sui quartieri residenziali, gli Stati Uniti si trovano a discutere della crudeltà degli allevamenti intensivi. Pochi giorni fa la California ha deciso di sottoporre a referendum popolare la Proposition 2, una proposta di legge avanzata da associazioni animaliste e intitolata The Prevention of Farm Animal Cruelty Act (Legge sulla prevenzione della crudeltà sugli animali da allevamento). Quindi il 4 novembre i Californiani voteranno in massa per Obama, e questo è certo, e forse anche per una proposta che sta sollevando un dibattito serrato sin da ora.

La Proposition 2 metterà fuori legge le gabbie che non concedono abbastanza spazio agli animali per muoversi, sedersi, girarsi e allungare gli arti: una richiesta tutto sommato modesta, se ci pensate. Ovviamente gli allevatori rispondono che questa misura potrebbe espellere dalla California alcune attività produttive, per esempio gli allevamenti di galline ovaiole, per impossibilità di competere con chi adotterà i metodi di sempre: il 95 per cento delle uova americane (e mondiali) viene prodotto in batteria. La stessa cosa accadrebbe per le gabbie da gestazione usate nell'allevamento dei maiali, particolarmente strette e scomode, per usare un eufemismo, dato che non permettono alla scorfa praticamente alcun movimento.

 (Continua)

27 Luglio, 2008 18:56 in [capitale , McVegan , oppiodeipopoli ]

Chi ha ancora in mente l'immagine del capitalista ciccione con la bombetta e del povero lavoratore magro ed emaciato la può cancellare tranquillamente. Ai nostri tempi l'obesità è affare dei poveri, e chi la studia dovrebbe capire perché colpisce proprio loro. Tanto che SciDev ospita un editoriale del nutrizionista inglese Jonathan Wells, intitolato “I ricercatori sull'obesità devono capire come funziona il capitalismo”.

Dopo aver svolto una ricerca epidemiologica sulla diffusione dell'obesità nella città brasiliana di Pelotas, Wells ha deciso che gli scienziati non devono capire solo il “come” ma anche il “perché” di questo problema: per esempio, che “ciò che sta guidando l'epidemia di obesità è la rete di strategie economiche e interessi commerciali che fanno sì che gli individui cambino o mantengano alcuni comportamenti”. Il modo in cui l'industria li manipola è cruciale per la crescita della “nicchia obesogenica”.

Quindi, i ricercatori dovrebbero essere esperti anche nelle tecniche usate dalle aziende per massimizzare i profitti: “marketing, economia, previsione dei trend sociali”. In questo modo potrebbero giocare ad armi pari: “se l'azienda sa come vendere più biscotti, i ricercatori devono sapere come ottenere l'effetto opposto”. Wells conclude così: “il capitalismo è stato studiato soprattutto dagli economisti. E' ora che lo facciano anche i ricercatori che si occupano di salute”. Suona ingenuo, ma siamo in un'epoca in cui pochi si ostinano a cercare di comprendere il sistema economico per trasformarlo. Partiamo dai grassi insaturi?

15 Luglio, 2008 00:49 in [catastrofe , McVegan ]

Secondo uno studio ripreso pochi giorni fa dalla BBC, un consumo elevato di tofu aumenta il rischio di perdere la memoria. Lo dicono ricercatori che hanno studiato 719 anziani giavanesi che mangiano tofu tutti i santi giorni, e che avevano meno memoria della media, soprattutto quelli di più di 68 anni. In realtà non si sa se la causa è dei folati o dei fitoestrogeni (vegetali, ma simili ai nostri ormoni) contenuti nel tofu o addirittura alla formaldeide che viene usata come conservante in Indonesia.

Così risponde anche la Vegetarian & Vegan Foundation, che oltretutto sottolinea come il rischio di demenza senile aumenti piuttosto con il consumo di carne, sia perché i cannibali sono più soggetti a obesità, sia perché c'è chi dice che l'Alzheimer sia dovuto a un prione, un po' come la cara vecchia Mucca pazza. Io intanto, per ricordarmi l'aperitivo vegano di stasera, ho dovuto mettermi un promemoria sul cellulare.

15 Febbraio, 2008 16:40 in [capitale , McVegan , open_access ]

Genomica nel piatto: i consumatori non vogliono mangiare carne e latte di animali clonati, ma senza un'etichettatura adeguata come risalire ai processi di produzione degli alimenti? Come distinguere una braciola clonata da una normale?

La soluzione l'ha proposta Patrick Cunningham, consigliere del governo irlandese per la scienza, al meeting della American Association for the Advancement of Science (AAAS): pubblicare i dati genetici di tutti gli animali clonati e renderli accessibili a chiunque, per favorire la tracciabilità degli alimenti. Nel suo intervento, intitolato "Dolly for Dinner", Cunningham ha specificato che in questo modo produttori e venditori attenti alle esigenze dei loro clienti potrebbero usare un sistema di tracciabilità genetica per confrontare il dna delle carni con quello pubblicato sui database.

Per esempio, i supermercati potrebbero comprare il sistema di tracciabilità sviluppato da IdentiGEN, una impresa irlandese di cui Cunningham è fondatore e presidente, che ha aperto da pochi mesi i suoi uffici e laboratori negli Stati Uniti.

03 Febbraio, 2008 23:48 in [McVegan , europa , palazzo ]

Il governo britannico ha risposto alla petizione, inviata da decine di personalità del mondo vegetariano, che chiedeva di "legalizzare" i termini "vegan" e "vegetarian". Non che sia proibito pronunciarli, ma non hanno quella definizione di valore legale che in campo alimentare è garantita, per esempio, al termine "biologico". Una bella differenza, quando un consumatore deve valutare l'etichetta di un prodotto.

Ora il governo UK ha ammesso che le direttive europee che definiscono il significato di questi termini non sono sufficienti, e che le linee guida in proposito della Food Standards Agency non sono obbligatorie. Per questo si è impegnato ad analizzare l'efficacia di queste linee guida ed eventualmente a rivederle periodicamente. Sembra che l'India, da questo punto di vista, sia la nazione più attenta all'etichettatura dei prodotti vegani e vegetariani. Qui la nota del Ministero della sanità indiano.

11 Gennaio, 2008 01:05 in [capitale , McVegan ]

"Tutti fa credere che alcuni settori chiave come catering, grande distribuzione e industria si siano accorti finalmente del potenziale del veganismo e del consumo etico." Lo dice MiV, un gruppo di ricerca sul veganesimo che ha analizzato il mercato etico della Gran Bretagna: un mercato che vale 50 milioni di euro l'anno.

Gli organizzatori del Vegan Festival di Bristol sostengono che il numero di vegani britannici ha raggiunto la massa critica per contare davvero, e anche il governo descrive ora la dieta vegana come una scelta etica e sostenibile.

Sempre più vegan-friendly sono i media, la moda, la ristorazione. E il 2008 promette di dare un'altra spinta, per esempio tramite i sempre più noti Vegan Awards, i premi che il Vegan Festival di Bristol ("la città più vegana d'Inghilterra") assegna alle aziende e ai personaggi che più hanno fatto per diffondere il veganesimo. Siamo in attesa di vedere lo stesso entusiasmo nel movimento vegano italiano.

23 Dicembre, 2007 23:43 in [catastrofe , eco , McVegan , mondo ]

Un articolo pubblicato da Liberazione in uno speciale natalizio sul cibo, insieme alla recensione di Mauro Capocci del nuovo libro di Peter Singer. Vegan Reich!

Vi lamentate del prezzo delle zucchine? Fare la spesa è diventato sempre più proibitivo?  Immaginate cosa potrebbero dire le persone che vivono nei paesi meno ricchi del nostro, che stanno subendo un aumento ormai globale dei prezzi del cibo. Il 2007 è stato l'annus horribilis in cui il grano ha raggiunto i 400 dollari alla tonnellata e l'indice dei prezzi del cibo dell'Economist ha raggiunto il valore massimo dalla sua nascita nel 1845.

Partiamo proprio dall'Economist, il settimanale del capitalismo globale, che nelle scorse settimane ha pubblicato uno speciale sul cibo (tradotto in Italia da Internazionale), incentrato sul prezzo delle derrate alimentri, che come è noto sta salendo a dismisura in tutto il mondo. Il titolo dell'Economist è sin troppo chiaro: La fine del cibo economico, un pronostico sulla fine del cibo a basso costo cui ci avevano abituato la rivoluzione verde e l'uso del petrolio in agricoltura, per far andare i trattori ma anche per produrre fertilizzanti e diserbanti. Questi fattori tecnici, insieme all'aumento dei terreni coltivati, ci hanno garantito per decenni una gran quantità di cibo a prezzi relativamente bassi, anche se non tutto il mondo sarebbe d'accordo con questa visione (si pensi ai cronici problemi di approviggionamento alimentare di alcune zone dell'Africa). Bene, forse quell'era è finita. E anche nella sua fine è implicato il petrolio, non quello a poco prezzo del dopoguerra ma quello a 100 dollari il barile della guerra in Iraq e dell'aumento della domanda globale.

 (Continua)

04 Dicembre, 2007 16:15 in [McVegan , europa , palazzo ]

La notizia la prendo da Andrea, che la intitola significativamente "due piccioni con una fava", ma viene dal New York Times. Mariann Fischer Boel, commissaria europea per l'alimentazione, avverte preoccupata i ministri dell'Unione: la resistenza europea agli ogm mette a rischio anche il mercato della carne aumentando i costi per l'allevamento di maiali e polli: il mangime non-ogm costa di più.

Friends of the Earth Europe risponde che i prezzi dei mangimi salgono perché gli agricoltori americani vendono i cereali ai produttori di biocarburante, diminuendo l'offerta disponibile sul mercato. Invece, durante la cena a porte chiuse in cui Fischer Boel ha posto il problema, alcuni ministri dell'Unione si sarebbero trovati d'accordo con lei e hanno dichiarato che le politiche europee sugli ogm andrebbero riviste. Chissà cos'avevano mangiato.

15 Novembre, 2007 16:43 in [McVegan , europa , torredavorio ]

Nel 2005 sono stati 12,5 milioni: più 3% rispetto al 2002 (escludendo le nazioni entrate di recente nell'Unione). Al primo posto la Francia con 2.325.398 animali, seguita dalla Gran Bretagna con 1.874.207 e dalla Germania (1.822.424). L'Italia è al quinto posto, totalizzando solo 896.966 animali usati a fini di sperimentazione. 

Il posto del leone spetta al topo (che brutta battuta) che rappresenta il 53% del totale, seguito da ratto al 19%. Il gruppone degli inseguitori è molto lontano, il primo è il coniglio con un misero 2,6%, a guidare una pattuglia composta da primati (nessuna scimmia antropomorfa ma 10.000 primati in tutto), uccelli, animali a sangue freddo, carnivori, ecc ecc.

Gli scopi per cui sono stati utilizzati: studi biologici di base (33%), ricerca in campo medico, veterinario e odontoiatrico (31%) e produzione e controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico (11,8%). Percentuali abbastanza stabili, le variazioni principali sono la diminuzione dei test tossicologici (dal 9,9% all'8%) e l'aumento di quasi il 50% per i test cosmetici. 5.571 animali usati per la bellezza, nonostante la direttiva comunitaria che vieta le sperimentazioni sugli animali a fini cosmetici, cui tutti gli Stati membri devono conformarsi entro il 2009. La quasi totalità dei test cosmetici ha avuto luogo in Francia.

I dati provengono da una relazione che sarà presentata a breve al Consiglio e al Parlamento europeo. Io li ho trovati qui.

Qui si può scaricare la relazione in versione integrale. 

20 Luglio, 2007 01:21 in [catastrofe , McVegan ]

Un chilo di carne? Peggio che guidare un'auto per tre ore lasciando tutte le luci di casa accese. Lo dice uno studio giapponese che prende in considerazione gli effetti della produzione di carne sul riscaldamento globale, sull'inquinamento e sul consumo di energia.

Secondo la ricerca, pubblicata su Animal Science Journal, per produrre un chilogrammo di carne si emette l'equivalente di 36,4 chilogrammi di anidride carbonica (senza contare i pesticidi e i fertilizzanti e l'energia consumata). Insomma, più o meno come percorrere 250 chilometri in auto e lasciare accesa una lampadina da 100 watt per 20 giorni.

Naturalmente si tratta di uno studio parziale, in cui si usano gli standard di produzione giapponesi ma senza calcolare l'impatto, per esempio, del trasporto della carne. Ma i due terzi dell'energia necessaria per produrre il famoso chilo di carne se ne vanno per il trasporto del cibo con cui nutrire gli animali. E tra le soluzioni proposte dagli autori, non figura l'opzione vegetariana, o meglio ancora vegana, che pure in altri studi è risultata di gran lunga la più efficace nel ridurre il nostro impatto sul pianeta.

14 Giugno, 2007 01:36 in [McVegan ]

Anche le carote soffrono! La classica FAQ cui ogni vegetariano impara ben presto a rispondere a memoria resta un'ipotesi surreale (i vegetali non hanno sistema nervoso). Ma le piante potrebbero, perlomeno, avere una sorta di vita sociale.

Anche le piante infatti riconoscono i loro simili quando li hanno vicini, e si comportano di conseguenza. Lo hanno dimostrato Susan Dudley e Amanda File, ricercatrici canadesi che hanno scoperto che le piante che crescono vicino a vegetali di una specie diversa dalla loro sono più competitive di quelle circondate da simili: per esempio, mettendo più energia nella crescita delle radici.

Le piante, quindi, si accorgerebbero della presenza dei vicini tramite cambiamenti nella chimica del suolo o scambiandosi segnali chimici che vengono percepiti dalle radici, e possono regolarsi di conseguenza. Secondo Dudley, del resto, "il fatto che le piante abbiano una vita sociale segreta è qualcosa di ben noto agli ecologi vegetali".

“I giardinieri sanno che alcune coppie di piante stanno meglio di altre, e noi scienziati stiamo cominciando a capire come ciò avvenga. Le piante che hanno la stessa madre possono essere più compatibili tra loro di quelle della stessa specie ma di origine diversa. Più ne sappiamo, più le interazioni tra piante sembrano complesse, per cui sarebbe difficile prevedere il risultato. Proprio come quando in una festa si mettono insieme persone diverse".

03 Gennaio, 2007 02:06 in [brainwork , McVegan , recensioni ]

05capitan_vegan.jpgStavolta l'infiltrato è un professore di management statunitense, Jerry Newman, che per qualche mese ha provato i peggiori McJob d'America, praticamente un guastatore in incognito in missione nei fast food, e poi ha scritto un libro: My secret life on the McJob. Lezioni da dietro la cassa, garantiti effetti supersize su qualunque tipo di management, appena pubblicato negli Stati Uniti.

D'accordo, niente di nuovo se non fosse che stavolta l'infiltrato era dall'altra parte del bancone, a friggere patatine e hamburger con un occhio particolare per le condizioni dei lavoratori e il loro rapporto con gli amati/odiati manager: secondo Newman, che ha lavorato in sette ristoranti, da McDonalds a Burger King, il clima e le condizioni di lavoro dipendono radicalmente dal capo di turno.

Incredibile, ma i manager possono arrivare a premiare i dipendenti assegnando loro PIÙ ORE di lavoro invece che un aumento. Il morale dei dipendenti? Direttamente determinato da quello che succede nell'ufficio del boss.

Proprio in questi giorni è uscito anche uno studio dell'Università della Florida sui motivi per cui la gente si licenzia e cambia lavoro, naturalmente negli States: spesso e volentieri la colpa è dei capi e dei capetti, che non si fanno scrupoli nel ricorrere a mezzi sporchi, incentivi illegali, mobbing, richieste di lavoro extra. Il 39 per cento dei settecento lavoratori intervistati afferma che il loro capo ha mentito e non ha mantenuto la sua parola. Il 37 per cento non è stato pagato regolarmente. Il 24 per cento accusa il capo di aver invaso la sua privacy.

Wayne Hochwarter, l'altro professore di management che ha condotto lo studio, sottolinea insomma che «i lavoratori non lasciano il loro lavoro o la loro azienda, ma lasciano il loro capo». I suoi consigli sono fondamentali: lavoratori, fate finta di niente. Minimizzate i danni che vi causa il vostro superiore e datevi da fare. «La cosa più importante è essere visibili sul lavoro. Nascondersi può essere negativo per la vostra carriera, specialmente quando impedisce ai vostri colleghi di riferire il vostro talento e il vostro contributo» alla causa. Il vostro capo non sarebbe per niente soddisfatto.