A fin do mundo!

Il 24 ottobre il Wwf presenta in Cina il suo nuovo Living Planet Report. Il documento contiene una data che in poche ore fa il giro del globo, rimbalzando su tutti i giornali: la data della fine del mondo. È il 2050, anno in cui, a questi ritmi di crescita, serviranno le risorse di due Terre per far fronte alle esigenze dell'umanità. Nuovi pianeti abitabili non sono in vista, e la catastrofe si avvicina.

È l'eterno ritorno delle paure millenaristiche? Un bug ecologico di inizio millennio? Consultando la sfera magica del web appare una risposta fredda e implacabile: siamo pieni di profezie che annunciano la fine del mondo. Senza entrare nel merito delle solidissime ragioni del Wwf, si può considerare questo episodio come uno dei tanti che periodicamente rimescolano il frame «apocalisse» all'interno della cultura globale.

Il sito più completo tra i tanti che parlano di fine del mondo è Doomsday Guide, che costruisce una tassonomia maniacale dei diversi tipi di fine del mondo. Religiosa, tecnologica o ecologica, annunciata da oscure profezie indiane o dal libro delle rivelazioni, nucleare o naturale, su Doomsday Guide c'è una fine del mondo per tutti i gusti.

Scaricatevi la guida per prepararvi a sopravvivere alla fine del mondo.

Scaricatevi anche il report del Wwf.

Leggete cosa succederebbe se la specie umana scomparisse improvvisamente. Qui c'è anche un bel grafico.

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Cina open access

Alla conferenza internazionale del Codata (Committee on Data for Science and Technology) che si è tenuta a Pechino dal 23 al 25 ottobre, il ministro della scienza e della tecnologia Xu Guanhua ha presentato il piano cinese di data sharing. Si parla di rilasciare in forma aperta, liberamente accessibile via internet, l’80% dei dati scientifici cinesi relativi alle «scienze pure» come matematica, fisica e chimica.

Per farlo la Cina vuole realizzare quaranta centri di raccolta dei dati entro il 2010, tutti accessibili liberamente (naturalmente attraverso il portale del ministero). Pare che molto del lavoro necessario sia già stato portato a termine, e che anche gli standard di condivisione siano a buon punto. La locomotiva scientifica cinese, che quest’anno ha investito otto miliardi di dollari e si aspetta di crescere del 19 per cento l’anno prossimo, si propone di fare da apripista al movimento globale per l’open access nella scienza. Anche perché la comunità scientifica cinese si è lamentata per la scarsa circolazione dei dati, e secondo Xu è proprio quella la causa del «mancato raggiungimento degli obiettivi cinesi riguardo all’innovazione». Proprio così.

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Al Centro dell’intelligenza collettiva

Molti anni fa (era il 1984) Richard Stallman se ne andò dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) per dare vita a uno dei più noti e riusciti esperimenti di intelligenza collettiva al lavoro: Gnu, la piattaforma di software libero che oggi è la base del sistema operativo Linux e che è costantemente migliorata da una comunità di migliaia di programmatori disseminati in tutto il mondo. Stallman non voleva che la libera evoluzione del suo software, prodotto collettivamente dagli hacker, fosse ostacolata dal copyright.

Chissà se al Mit di Boston stavano pensando a lui quando hanno trasformato il Center for Coordination Science nel nuovissimo Center for Collective Intelligence, che si propone di capire «come le persone e i computer possono essere connessi in modo da agire – collettivamente – in modo più intelligente di quanto qualunque individuo, gruppo o computer abbia mai fatto prima». È una decisa evoluzione dell’approccio della scienza alle nuove tecnologie informatiche e alle reti sociali, che stanno dimostrando il loro valore produttivo con risultati anche economici di tutto rispetto.

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Green scare

Notizia: Nature si occupa dei movimenti ecologisti radicali. Sul numero del 5 ottobre della blasonata rivista scientifica un editoriale e un lungo articolo parlano degli ultimi attacchi contro laboratori e strutture scientifiche e cercano di immaginare una possibile strategia per rispondere al fuoco.

«I radicali più radicali, gli aderenti a Earth e Animal Liberation Front, non saranno mai convinti. Ma c’è anche un gruppo più vasto di simpatizzanti che hanno particolarmente a cuore l’ambiente, che partecipano a manifestazioni qua e là, e che condividono le visioni più radicali della scienza. Questi ultimi potrebbero essere indotti più facilmente a cambiare le loro idee sulla scienza se gli scienziati smettessero di deridere i loro argomenti emotivi e dimostrassero che la scienza è una finestra attraverso cui possiamo vedere più chiaramente il nostro mondo».

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Legge chi paga o paga chi legge?

Chi ha detto che l’open access è una mania da smanettoni libertari? Negli Usa il «Federal Research Public Access Act» lo hanno scritto il senatore repubblicano John Cornyn e Joseph Lieberman, il democratico più a destra che ci sia, recentemente sconfitto alle primarie nel Connecticut. In fondo la questione sollevata è semplice: perché i risultati delle ricerche degli enti pubblici, cioè quelle pagate da tutti i cittadini, non dovrebbero essere liberamente accessibili a tutti, ma solo a chi si abbona alle costose riviste scientifiche? I due senatori, insomma, vorrebbero obbligare i grandi enti di ricerca pubblici a mettere tutti gli articoli scientifici su archivi «open» dopo sei mesi dalla pubblicazione su rivista, rendendoli così consultabili gratuitamente a chiunque disponga di una connessione internet.

Niente di rivoluzionario, dato che i primi sei mesi sono il periodo di maggior interesse scientifico di una pubblicazione, e visto che nell’ultimo anno sia il Research Council britannico sia la Commissione Europea si sono espressi a favore della pubblicazione open access delle ricerche finanziate con denaro pubblico.

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Un wiki per la scuola globale

Insegnanti di tutto il mondo unitevi! Se vi chiedete come far entrare nella scuola le potenzialità del cosiddetto Web 2.0, cioè di quelle applicazioni che permettono agli utenti della rete di non essere consumatori passivi ma di creare i propri contenuti in una forma sociale e condivisa, il Global Text Project è quello che fa per voi. Soprattutto se non siete insegnanti ma studenti in coda in libreria per l’acquisto dei costosissimi libri di testo scolastici.

Il progetto parte dall’Università della Georgia negli Stati Uniti, ma si propone di creare una rete in tutto il mondo per rendere disponibili testi a costo zero per gli studenti dei Paesi in via di sviluppo, che spesso non possono permettersi i libri necessari per l’educazione superiore. Non si tratterà di semplici libri e nemmeno soltanto di e-book, ma di wiki, cioè testi aperti alle modifiche che la stessa comunità scolastica vorrà apportarvi per migliorarli.

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