Il brevetto di natale

paperone2.jpgLa favola di natale della medicina, con protagonisti le multinazionali farmaceutiche, i malati del Sud del mondo e i brevetti, è un editoriale scritto da un premio Nobel per l'economia.

Stiamo parlando di una delle più importanti riviste di medicina del mondo, il British Medical Journal, e di Joseph E. Stiglitz, critico del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni finanziarie della globalizzazione, che ha scritto una favola intitolata «Scrooge e i diritti di proprietà intellettuale».

Chi è l'insensibile Ebenezer Scrooge che potrebbe curare i malati di tutto il mondo e invece pensa solo ad accumulare profitti? Ovviamente le multinazionali farmaceutiche, che utilizzando l'arma della proprietà intellettuale rallentano o impediscono la ricerca su molte malattie dimenticate, cioè quelle, come la malaria, che affliggono i paesi in via di sviluppo.

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PLoS vs Nature, la guerra delle review

PLoS One, la nuova rivista on line di casa Public Library of Science, è on line da pochi giorni con la sua Beta version e contiene già decine di articoli, raccolti tra la presentazione pubblica di giugno e oggi.

PLoS One sarà una rivista scientifica di tipo nuovo, nella quale la classica peer review, il controllo fatto da esperti nominati dalla rivista, sarà sostituito con la open peer review: i lettori della rivista, cioè tutti i ricercatori, potranno commentare gli articoli, votarli, trovare gli errori e aiutare gli autori a migliorare il loro lavoro.

Nel frattempo, con tempistica perfetta, Nature ha dichiarato in un editoriale sul numero di questa settimana che il suo esperimento di open peer review è naufragato. La più importante (con Science) rivista scientifica del mondo aveva dato la possibilità agli autori di pubblicare articoli on line commentabili liberamente da chiunque si fosse registrato e accreditato. Nei sei mesi di sperimentazione pochissimi autori hanno scelto l'opzione aperta, e ancora meno sono stati i feedback dalla comunità scientifica.

Un flop che però, come ricorda Free lance, potrebbe dipendere da diversi fattori legati alla forma della comunità on line, e PLoS su questo può giocare carte diverse da quelle di Nature.

Ma c'è dell'altro? PLoS One oltre a essere un interessante esperimento è anche un modo per rilanciare le fortune di Public Library of Science, che va forte nelle classifiche degli impact factor ma non naviga nell'oro. Sarà la prima rivista generalista, cioè aperta a tutte le discipline scientifiche, di PLoS: diretta concorrente di Nature e Science. Il fallimento dell'esperimento di Nature è un consiglio disinteressato a quelli di PLoS, una sfida o un colpo basso?

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La Cina e gli Usa si linkano

google-beijing-3.gifVerizon, il più grande operatore telefonico statunitense, stenderà una linea di cavi sottomarini tra Cina e Stati uniti, per aumentare la banda internet tra i due paesi.

Oggi i collegamenti passano per il Giappone, ma l'esplosione di internet (e di tutto il resto) in Cina ha sovraccaricato le linee. E così entrano in gioco Verizon Communication insieme a China Telecom e altre compagnie cinesi e coreane che stenderanno 18.000 chilometri di cavo in fibra ottica sotto il pacifico: è il Trans Pacific Express, che sarà completato entro la fine del 2008.

L'obiettivo dell'investimento da 500 milioni di dollari è una banda equivalente a 62 milioni di telefonate contemporanee, cioè circa sessanta volte la capacità attuale: quello che ci vuole per una Cina che entro pochi anni rappresenterà il centro del sistema di comunicazioni asiatico, e che sta viaggiando rapidamente – a un tasso di crescita +20% all'anno – verso i 200 milioni di utenti internet.

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Pannocchie e trattati

Il ricorso della Commissione europea contro l'Austria, che dal 1999 vieta l'importazione sul suo territorio di due tipi di mais geneticamente modificato approvati nel resto d'Europa, è stato bocciato.

La richiesta di cancellare il divieto veniva direttamente dal Wto, che bolla come illegale la politica restrittiva dell'Europa, anche dopo la sospensione della moratoria sugli Ogm. Il Consiglio dei ministri europei dell'ambiente ha però decretato che l'Austria è libera di mettere al bando organismi geneticamente modificati, come previsto dalle Nazioni unite con il Protocollo sulla biosicurezza di Cartagena.

L'Austria potrà così continuare a non importare i mais Mon810 della Monsanto e T25 della AgrEvo. L'Organizzazione mondiale per il commercio, spalleggiata da Usa, Argentina e Canada, risponde accusando la Ue di rallentare l'ingresso degli Ogm per motivi politici e commerciali e non per motivi scientifici.

Le norme commerciali del Wto cozzano proprio contro il Protocollo di Cartagena, che permette esplicitamente a ogni Stato di vietare l'importazione di Ogm dei quali non sia stata provata l'innocuità. Protocollo che non è mai stato ratificato da Usa, Argentina e Canada: tre fra i maggiori produttori di mais gm.

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Ma i vegetariani sono più furbi o più stupidi?

Uno studio pubblicato sul prestigioso British Medical Journal dimostrerebbe che le persone più intelligenti mangiano vegetariano.

I cervelloni dell'Università di Southampton – che purtroppo non ci dicono se loro sono vegetariani o meno – hanno preso in esame 8.179 persone cui vent'anni fa, quando erano bambini di dieci anni, era stato misurato il Quoziente di intelligenza.

Ora hanno trent'anni e 366 di loro sono vegetariani, di cui nove vegani e un centinaio che mangiano pollo o pesce.

Il calcolo è semplice: il QI medio da bambini dei vegetarian/pollo/pescivori era di 105 punti contro i 100 dei carnivori. Insomma, i bravi ragazzi diventano vegetariani o qualcosa di simile. Nessuno però si preoccupa di commentare alcuni strani particolari dello studio:

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Wired e il Manifesto ci pensano su

Ieri sul blog di Chris Anderson di Wired è apparso un interessante post che ipotizza alcune delle novità che la rivista potrebbe adottare per integrare carta e web e seguire le magiche parole d'ordine «trasparenza» e «partecipazione».

Sabato 16 agli Stati generali del Manifesto, che vuole rinnovarsi proprio guardando in quella direzione, i giornalisti e i lettori parleranno di cose simili. Ecco le proposte di Anderson:

1) Mostrare chi siamo: ogni redattore avrà il suo blog, la sua biografia e la spiegazione delle sue mansioni on line, e darà ai lettori la possibilità di contattarlo.

2) Mostrare su cosa stiamo lavorando: permettere l'accesso ai wiki su cui lavora il giornale.

3) «Il processo come contenuto»: mettere a disposizione del pubblico i materiali grezzi, per esempio le interviste prima del taglia-e-cuci redazionale, e permettere ai lettori di dire la loro anche su quello.

4) Privilegiare la folla: applicare il mitico crowdsourcing dando ai commenti la stessa importanza degli articoli, pubblicando in automatico le lettere al direttore, facendo commentare e votare tutto.

5) Lasciare che i lettori decidano cosa è meglio: usare Reddit, un software di social bookmarking, per misurare statisticamente l'interesse e il valore degli articoli secondo i lettori e costruire il giornale di conseguenza.

6) Wikificare tutto: Wired ci ha provato con «Veni. Vidi. Wiki», un articolo sui wiki scritto su un wiki dai lettori e pubblicato nella rivista. Ha funzionato.

Provate a immaginare un giornale fatto così, non sarebbe divertente? Naturalmente Anderson non si nasconde i mille problemi che potrebbero nascere da queste novità, ma garantisce che saranno tutte prese in considerazione.

Ah, avrei voluto linkare una pagina di presentazione degli Stati generali che Il Manifesto terrà sabato 16 dicembre a Roma, ma non l'ho trovata, evidentemente non esiste. Cominciamo male…

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Il mondo dopo una guerretta nucleare

wargames.jpgC'è chi si diverte a creare modelli del cambiamento climatico dopo una guerra con bombe atomiche: bene, una volta si parlava di inverno nucleare come conseguenza di una guerra termonucleare globale (chi non ricorda il film War Games?).

Ma le simulazioni al computer presentate pochi giorni fa al meeting della American Geophysical Union hanno rivelato che anche un'insignificante, innocua guerretta regionale, nella quale due piccole potenze nucleari si scambiano soltanto un migliaio di kilotoni, avrebbe effetti catastrofici sul clima globale.

Stiamo parlando di cento Hiroshima, ma grazie agli avanzamenti tecnici degli ultimi decenni potremmo cavarcela con sole cinque o sei Bombe moderne, lo 0,03% degli arsenali globali: basterebbero per riportare la Terra all'ultima glaciazione, innalzando una colonna di fuliggine di dodici chilometri, che oscurerebbe mezzo mondo per un mese, eccetera eccetera.

È bello associare questi dati alla proliferazione in atto soprattutto tra le mini potenze regionali (appunto) come Iran, Israele, Pakistan o Corea del Nord. Per esempio, perchè paesi strapieni di petrolio a costo zero come Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman e Arabia saudita dovrebbero mettersi a sviluppare centrali nucleari? Forse per produrre un po' di plutonio, che non si sa mai?

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Arriva il ciclone Al Gore

È uscito il nuovo libro di Al Gore: Una scomoda verità. Come salvare la Terra dal riscaldamento globale, Rizzoli editore, 336 pagine, 30 euro.

Quest'estate mi ero stupito nel vedere le vetrine delle librerie degli Stati uniti così stracolme di questo libro, ma oggi addirittura scopro che il film-documentario dallo stesso titolo sarebbe in corsa per gli Oscar del 2007, dopo il successo raccolto a Cannes.

Sia il libro che il film, molto simili dal punto di vista dell'impianto comunicativo, spettacolarizzano i dati scientifici e puntano tutto sulla rappresentazione hollywoodiana della catastrofe. Cosa c'è di meglio di una bella fine del mondo per coinvolgere emotivamente gli spettatori?

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I tarocchi all’Open access

Peter Suber, uno dei maggiori esperti di open access, dal suo blog Open Access News azzarda le sue previsioni per il 2007. Lo fa ogni anno, e spesso ci azzecca.

Per l'anno prossimo, per esempio, Suber pronostica il successo di Scoap3, l'iniziativa del Cern per creare un sistema di finanziamento che permetta di pubblicare tutta la fisica delle particelle in un modello Oa. Con un effetto di spinta anche per gli altri campi della scienza.

Inoltre Suber vaticina una maggior diffusione delle politiche di Oa nelle università di tutto il mondo, in particolare un aumento degli archivi gestiti dalle istituzioni stesse. Ma le resistenze degli editori sul tema della lunghezza dell'embargo (il tempo che deve trascorrere dalla pubblicazione sulla rivista a quella sull'archivio open) non permetteranno di arrivare alla maturazione degli archivi prima di tre-quattro anni.

Molte nazioni emergenti come Brasile, India e Cina si doteranno di forti politiche nazionali nel corso del 2007, mentre America latina, Africa e mondo arabo cominceranno un dibattito che porterà a soluzioni concrete nel 2008.

Gli Nih (National Institutes of Health) potrebbero arrivare all'obbligo di pubblicazione open, ma solo se il Congresso degli Stati uniti glielo permetterà, e questo potrebbe accadere l'anno prossimo.

Gli editori che non permettono agli autori di scegliere tra l'opzione «classica» e quella open di pubblicazione saranno sotto pressione, e molti di loro adotteranno politiche ibride, quindi meno rischiose, abbandonando il rigido modello attuale. Secondo Suber il problema sarà piuttosto verificare quanti autori sceglieranno il modello Oa per i loro papers.

Se non vuoi aspettare un anno per verificare l'affidabilità dei tarocchi di Suber, controlla qui se si sono avverate le sue previsioni per il 2006 🙂

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