Non ho l’arma che uccide il leone

Sono passati quasi trent’anni dall’approvazione della legge 180, o legge Basaglia, quella che ha chiuso i manicomi e ha messo l’Italia all’avanguardia nel campo della psichiatria del tempo. O meglio, dei diritti umani, applicati anche, guarda un po’, agli utenti psichiatrici.

A ricordare quel 13 maggio del 1978 contribuisce la ristampa di Non ho l’arma che uccide il leone (Stampa Alternativa, 336 pagine, 15 euro), uscito per la prima volta nel 1980, poco dopo la fine di quel periodo di lotte che aveva coinciso non per caso con gli anni settanta. L’autore, Peppe Dell’Acqua, è uno dei protagonisti dell’epopea del manicomio di San Giovanni a Trieste, il “Magnifico frenocomio” che con l’arrivo di Basaglia era diventato il principale laboratorio della liberazione dei matti dalle porte sbarrate, dalle inferriate e dal potere che si esercitava su di loro in tutte le piccolezze della vita quotidiana di un recluso in una “istituzione totale”.

Al centro del libro ci sono proprio le voci dei matti, gli internati di San Giovanni. Sono le storie di Boris, Tinta, Dorina, Doz, Elda, Rosina, Brunetta a guidare la narrazione, ad aiutare Dell’Acqua a ricostruire gli anni settanta di San Giovanni, quando lui era un giovane psichiatra, Franco Basaglia il direttore del manicomio e i malati un soggetto di liberazione collettiva insieme a infermieri e lavoratori dell’ospedale psichiatrico. Tutti insieme fecero cadere “le mura di Gerico del manicomio della città di Trieste”, come scrive Basaglia nell’introduzione inedita che impreziosisce questo libro.

Il clima di San Giovanni in quegli anni era esplosivo. Al manicomio erano arrivati artisti, militanti politici, ma anche scolaresche, comitati di quartiere, musicisti, tutti attirati dalla forza dell’esperienza basagliana e spinti dall’energia che ha dato vita alle mille esperienze di liberazione degli anni settanta. Anni che si percepiscono anche nelle contraddizioni, nelle rotture, nella grandiosità delle assemblee generali “del giovedì”, aperte a tutti, nella capacità di dialogare con i comitati di quartiere, per esempio, con i gruppetti della sinistra e con i bambini delle scuole elementari. Con tutti coloro che volevano passare i cancelli di San Giovanni: un manicomio aperto “in entrata e in uscita”.

Basaglia scelse di abbinare all’apertura delle porte dei padiglioni per far uscire i degenti, ormai non più coatti, l’apertura alla città: concerti, feste, gite, teatro. Ma un manicomio che divideva la città: Trieste si disperava per i matti liberati dai “comunisti cappelloni” di Basaglia, sguinzagliati per le sue vie, e allo stesso tempo gioiva per la riacquistata umanità dei suoi cittadini più reietti. In quella e nelle altre città del resto la malattia mentale si sovrapponeva con le divisioni di classe (è così ancora oggi, sosterrebbero in tanti), gli psichiatri erano il braccio armato della giustizia e gli infermieri erano secondini che non potevano far altro che rinchiudere e tener buoni i degenti.

Tra le tante storie raccontate una delle più note è quella di Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di legno e cartapesta che nella pancia conteneva i sogni e i desideri dei malati e che sfondò, ma sfondò per davvero, le porte e i muri di San Giovanni. Una volta finita la sua costruzione in uno dei laboratori che aprirono a San Giovanni e diedero ai malati la possibilità di fare arte, teatro, musica, ci si accorse che era troppo alto per passare dalle porte.

Come racconta Dell’Acqua, “i malati cominciarono a pensare di avere solo sognato, secoli di grigio tornarono nelle loro teste, urla disumane assordarono le loro orecchie. Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e verde oltre la porta. Saltarono i vetri e gli infissi. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso all’azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato”.

Dietro Marco Cavallo, che da allora cominciò a comparire qua e là per Trieste e per l’Italia, uscirono decine e decine di matti, per assaporare la libertà che era stata sottratta loro per anni. Sui muri dei padiglioni apparve anche la famosa scritta che si può leggere ancora oggi: “La libertà è terapeutica”. Questa libertà passò, allora, per gesti e cose semplicissime: una spazzola, un foglio di carta e un pennello, una seduta dalla parrucchiera, e soprattutto il sospirato “Articolo 4” che trasformava il ricovero da coatto a volontario e inagurava l’era delle gite fuori dal padiglione dal quale non si usciva da tempo immemorabile.

“La me fazi sto quatro, dotor! Che go de ’ndar a casa”. Quello serviva, per azzerare le impressionanti cartelle cliniche dei malati: poche righe, magari non aggiornate da decenni. Un buco nero in cui sparire per sempre, questo era il manicomio prima delle lotte che lo hanno abbattuto. “Robe de mati.”

Liberazione, 27 novembre 2007 

One Response to “Non ho l’arma che uccide il leone”

  1. EE says:

    http://www.radio.rai.it/…enco.cfm?Q_PROG_ID=813#

    qui si possono ascoltare tutte le puntate di “30 di 180”, speciale di radio Tre Scienza. Ci sono tante esperienze a me sconosciute e tante testimonianze di utenti, operatori, medici….

    Curiosità: tecnicamente la legge Basaglia si chiama legge Andreotti, perchè sulla gazzetta ufficiale c’è il nome di Andreotti. Almeno, così ho sentito dire!