Sergio Bologna sulla Writers Guild of America

Dal Manifesto del 19 febbraio un commento di Sergio Bologna sullo sciopero degli sceneggiatori americani.

Mentre l’Italia registrava l’ennesima morte sul lavoro e le lacrime di
coccodrillo da sottile rivolo diventavano torrente in piena, io passavo
ore a seguire sul video del mio computer di casa le vicende dello
sciopero degli sceneggiatori americani. Non è per raccontarlo, meglio
di me altri lo hanno fatto, ma per riflettere sulle possibilità della
comunicazione oggi che propongo queste considerazioni. Per dire che il
soggetto è doppio, noi che seguiamo da lontano e loro che laggiù
agiscono e la riflessione va fatta su tutti e due, perché ambedue siamo
coinvolti in un processo di trasformazione. Perché ci ho speso del
tempo? Perché ormai i comportamenti conflittuali dei «lavoratori della
conoscenza» e della «classe creativa» sono diventati il centro della
mia riflessione; ritengo questa una delle componenti sociali più
dinamiche in tutti i sensi.

L’industria dell’entertainment produce
più occupati dell’industria dell’auto e le forme lavorative al suo
interno sono dominate dalle figure tipiche del lavoro postfordista,
intermittente, mobile, intellettuale, pressato dalle nuove tecnologie
ecc… «Devastante» è stato definito questo sciopero e qui è un altro
punto importante: ci sono categorie che possono bloccare il processo
produttivo e portarlo alla paralisi, dunque dispongono di potere
contrattuale. Ma possono farlo se tengono duro tre mesi.

I sindacati
si chiamano «gilde» (la Writers Guild of America West che ha bloccato
Hollywood e la Writers Guild of America East che ha bloccato Manhattan,
12mila iscritti circa) e qui si conferma il ritorno alle forme
originarie, persino medievali, dell’associazionismo operaio, si
conferma il valore del mutuo soccorso (da poco è nata negli Usa la
gilda delle mamme imprenditrici, di quelle che hanno figli e debbono
portare avanti un’azienda, le «mompreneurs» e altro non sono al 75% che
lavoratrici autonome, freelancers, vedi il sito
www.moms-for-profit.com).

Come altro avrei dovuto seguirlo questo
sciopero? Mandando un mail? (please let me know more…). Aspettando
che uscisse un libro? Telefonando ad amici in Canada per vedere se ne
sapevano di più? Mandando un sms a Patric Verrone? Sono incerto se
ritenere più importante la lotta o la produzione d’informazione sulla
medesima, due processi creativi e di trasformazione diversi e che si
cumulano. Resti di stucco di fronte a siti dove hai tutte le
informazioni che vuoi, minuto per minuto, dove ti puoi vedere video in
diretta, gallerie di foto e migliaia di blog, di storie personali, di
testimonianze su come la lotta ha cambiato le persone.

Un certo
Mark Kunerth dice che la picket line non la mollerà mai, anche se dopo
una giornata in cui ha girato in tondo ha percorso 29 miglia, perché
per lui la gilda è stata più di una famiglia e racconta una storia
terrificante, di una moglie incinta che scopre di avere un cancro al
cervello e il sindacato gli sta vicino, procura gli specialisti giusti,
le cliniche giuste, l’assicurazione con cui riesce a pagare le cure.
Oggi moglie e figlia stanno bene. Gli sceneggiatori hanno una lunga
storia di lotte, che risale agli anni 60. La loro controparte è
l’Amptp, l’Alliance of Motion Pictures and Television Producers, che ha
sede a Encino (California), ne fanno parte gli otto colossi del
settore, dalla Fox alla Disney, dalla Nbc a Viacom. Ogni tre anni
rinnovano il contratto, il Minimum Basic Agreement (Mba) cui vengono
aggiunte altre clausole. Stavolta la richiesta della gilda era
importante: gli sceneggiatori volevano una fetta della torta
rappresentata dai nuovi supporti, internet, dvd, videofonini ecc.. Ed è
su questo che lo scontro si è inasprito.

Convinti di logorarli, l’Amptp
ha tenuto duro ed è accaduto il contrario. Il fronte padronale si è
sfaldato, una a una le piccolo-medie case produttrici hanno firmato
contratti separati, mentre i 12 mila compatti andavano avanti sotto una
crescente solidarietà, che andava dalla Screen Actors Guild (Sag), che
ha il contratto in scadenza nel giugno 2008, ai vecchi Teamsters e
all’International Longshore and Warehouse Union, due sindacati dei
lavoratori dei trasporti e della logistica (dice niente?).

Sono
commoventi le foto dove vedi vecchie glorie del cinema, ottantenni,
novantenni, in carrozzella, sfilare coi giovani e inalberare cartelli,
c’è una solidarietà intergenerazionale e professionale sorprendente. I
membri della gilda erano tenuti costantemente informati dei negoziati,
un rapporto tra base e vertice di grande fiducia (anche se
all’approvazione dell’accordo finale ci saranno un po’ di contrari). La
comunicazione via internet è garanzia di questa trasparenza, di questo
rapporto democratico. È Richard Freeman che, alla fine degli anni 90,
aveva intravisto le grandi possibilità che internet offre
all’organizzazione sindacale, all’associazionismo dei lavoratori («Will
unionism prosper in cyberspace? The promise of the internet for
employee organization» sul British Journal for Industrial relations del
settembre 2002). Ma internet richiede un’organizzazione fitta e
competenze sofisticate. Per tenere in piedi per tre mesi siti come
www.wga.org oppure www.unitedhollywood.com occorre avere una struttura
in grado di reagire in tempo reale, un giro di uomini e donne che manco
una multinazionale riesce a mobilitare. Oppure è la mia ignoranza di
settantenne che piglia abbagli?

Avere potere d’interdizione, di
blocco del processo produttivo, oggi ancora non basta, occorre essere
collocati in posizioni di grande visibilità e il mondo del cinema è uno
di questi. I militanti di Wga hanno bloccato la consegna dei Golden
Globe, un business miliardario. La controparte ha ceduto pochi giorni
prima della consegna degli Oscar, perché gli sceneggiatori erano pronti
a bloccare anche quella. Il loro sciopero ha lasciato a casa decine di
migliaia di lavoratori del ciclo produttivo, appartenenti ad altre
categorie. L’Amptp sperava che si rivoltassero e rompessero i
picchetti, ma non è accaduto e questo vuol dire qualcosa.

Mentre
rivedo gli appunti per l’articolo, i testi che ho scaricato, mi viene
un’illuminazione. Non ho visto nessun sociologo, nessun professore
pontificare su quella lotta, nessuna sentenza sputata da salive
accademiche, miracolo! Stare davanti al video e seguire in diretta
questi eventi è come assistere al ricostituirsi di tessuti per anni
intaccati dalla metastasi del neoliberalismo, dell’individualismo,
dell’ideologia del fai-da-te, è tornare a vedere uomini e donne che
fanno la cosa più elementare del mondo: difendere la propria condizione
di lavoratori. Una cosa familiare per noi un tempo, oggi diventata rara.

Su
Rai3, qualche sera fa, è passato il film di Francesca Comencini In
fabbrica. Qui c’è la classe operaia vera, te la ricordi? Diamine,
riconosco luoghi, volti, situazioni. Manca un sacco di roba, la chimica
tanto per dire, manca la Madre di tutte le lotte, quella degli
elettromeccanici milanese del ’60. Ma non importa, va bene lo stesso e
alla fine il capolavoro, le ultime interviste a metalmeccanici di oggi.
Due immigrati-zio Tom e due ragazze spente, un capetto contento di
essere competitivo. Ecco come li hanno ridotti un quarto di secolo di
cure. Torno al video: la Sinistra, dice una notizia, rimette al centro
il lavoro. Avrebbe dovuto farlo vent’anni fa. Oggi non sa nemmeno cosa
sia il lavoro.

Sergio Bologna 

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