2007: l’anno più vegano di sempre… e vedrete il 2008!

"Tutti fa credere che alcuni settori chiave come catering, grande distribuzione e industria si siano accorti finalmente del potenziale del veganismo e del consumo etico." Lo dice MiV, un gruppo di ricerca sul veganesimo che ha analizzato il mercato etico della Gran Bretagna: un mercato che vale 50 milioni di euro l’anno.

Gli organizzatori del Vegan Festival di Bristol sostengono che il numero di vegani britannici ha raggiunto la massa critica per contare davvero, e anche il governo descrive ora la dieta vegana come una scelta etica e sostenibile.

Sempre più vegan-friendly sono i media, la moda, la ristorazione. E il 2008 promette di dare un’altra spinta, per esempio tramite i sempre più noti Vegan Awards, i premi che il Vegan Festival di Bristol ("la città più vegana d’Inghilterra") assegna alle aziende e ai personaggi che più hanno fatto per diffondere il veganesimo. Siamo in attesa di vedere lo stesso entusiasmo nel movimento vegano italiano.

Cibo, quanto ci costi?

Un articolo pubblicato da Liberazione in uno speciale natalizio sul cibo, insieme alla recensione di Mauro Capocci del nuovo libro di Peter Singer. Vegan Reich!

Vi lamentate del prezzo delle zucchine? Fare la spesa è diventato sempre più proibitivo?  Immaginate cosa potrebbero dire le persone che vivono nei paesi meno ricchi del nostro, che stanno subendo un aumento ormai globale dei prezzi del cibo. Il 2007 è stato l’annus horribilis in cui il grano ha raggiunto i 400 dollari alla tonnellata e l’indice dei prezzi del cibo dell’Economist ha raggiunto il valore massimo dalla sua nascita nel 1845.

Partiamo proprio dall’Economist, il settimanale del capitalismo globale, che nelle scorse settimane ha pubblicato uno speciale sul cibo (tradotto in Italia da Internazionale), incentrato sul prezzo delle derrate alimentri, che come è noto sta salendo a dismisura in tutto il mondo. Il titolo dell’Economist è sin troppo chiaro: La fine del cibo economico, un pronostico sulla fine del cibo a basso costo cui ci avevano abituato la rivoluzione verde e l’uso del petrolio in agricoltura, per far andare i trattori ma anche per produrre fertilizzanti e diserbanti. Questi fattori tecnici, insieme all’aumento dei terreni coltivati, ci hanno garantito per decenni una gran quantità di cibo a prezzi relativamente bassi, anche se non tutto il mondo sarebbe d’accordo con questa visione (si pensi ai cronici problemi di approviggionamento alimentare di alcune zone dell’Africa). Bene, forse quell’era è finita. E anche nella sua fine è implicato il petrolio, non quello a poco prezzo del dopoguerra ma quello a 100 dollari il barile della guerra in Iraq e dell’aumento della domanda globale.

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Meno ogm = meno carne

La notizia la prendo da Andrea,
che la intitola significativamente "due piccioni con una fava", ma
viene dal New York Times. Mariann Fischer Boel, commissaria europea per
l’alimentazione, avverte preoccupata
i ministri dell’Unione: la resistenza europea agli ogm mette a rischio
anche il mercato della carne aumentando i costi per l’allevamento di
maiali e polli: il mangime non-ogm costa di più.

Friends of the Earth Europe risponde che i prezzi dei mangimi
salgono perché gli agricoltori americani vendono i cereali ai
produttori di biocarburante, diminuendo l’offerta disponibile sul
mercato. Invece, durante la cena a porte chiuse in cui Fischer Boel ha
posto il problema, alcuni ministri dell’Unione si sarebbero trovati
d’accordo con lei e hanno dichiarato che le politiche europee sugli ogm
andrebbero riviste. Chissà cos’avevano mangiato.

Vita da topi: la sperimentazione animale in Europa

Nel 2005 sono stati 12,5 milioni: più 3% rispetto al 2002 (escludendo le nazioni entrate di recente nell’Unione). Al primo posto la Francia con 2.325.398 animali, seguita
dalla Gran Bretagna con 1.874.207 e dalla Germania (1.822.424). L’Italia è al quinto posto, totalizzando solo 896.966 animali usati a fini di sperimentazione. 

Il posto del leone spetta al topo (che brutta battuta) che rappresenta il 53% del totale, seguito da ratto al 19%. Il gruppone degli inseguitori è molto lontano, il primo è il coniglio con un misero 2,6%, a guidare una pattuglia composta da primati (nessuna scimmia antropomorfa ma 10.000 primati in tutto), uccelli, animali a sangue freddo, carnivori, ecc ecc.

Gli scopi per cui sono stati utilizzati: studi biologici di base (33%), ricerca
in campo medico, veterinario e odontoiatrico (31%) e produzione e controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico
(11,8%). Percentuali abbastanza stabili, le variazioni principali sono la diminuzione dei test tossicologici (dal 9,9% all’8%) e l’aumento di quasi il 50% per i test cosmetici. 5.571 animali usati per la bellezza, nonostante la direttiva comunitaria che
vieta le sperimentazioni sugli animali a fini cosmetici, cui tutti gli
Stati membri devono conformarsi entro il 2009. La quasi totalità dei
test cosmetici ha avuto luogo in Francia.

I dati provengono da una relazione che sarà presentata a breve al Consiglio e al Parlamento europeo. Io li ho trovati qui.

Qui si può scaricare la relazione in versione integrale. 

Pesa di più un chilo di carne…

Un chilo di carne? Peggio che guidare un’auto per tre ore lasciando tutte le luci di casa accese. Lo dice uno studio giapponese che prende in considerazione gli effetti della produzione di carne sul riscaldamento globale, sull’inquinamento e sul consumo di energia.

Secondo la ricerca, pubblicata su Animal Science Journal, per produrre un chilogrammo di carne si emette l’equivalente di 36,4 chilogrammi di anidride carbonica (senza contare i pesticidi e i fertilizzanti e l’energia consumata). Insomma, più o meno come percorrere 250 chilometri in auto e lasciare accesa una lampadina da 100 watt per 20 giorni.

Naturalmente si tratta di uno studio parziale, in cui si usano gli standard di produzione giapponesi ma senza calcolare l’impatto, per esempio, del trasporto della carne. Ma i due terzi dell’energia necessaria per produrre il famoso chilo di carne se ne vanno per il trasporto del cibo con cui nutrire gli animali. E tra le soluzioni proposte dagli autori, non figura l’opzione vegetariana, o meglio ancora vegana, che pure in altri studi è risultata di gran lunga la più efficace nel ridurre il nostro impatto sul pianeta.

Le piante sociali

Anche le carote soffrono! La classica FAQ cui ogni vegetariano impara ben presto a rispondere a memoria resta un'ipotesi surreale (i vegetali non hanno sistema nervoso). Ma le piante potrebbero, perlomeno, avere una sorta di vita sociale.

Anche le piante infatti riconoscono i loro simili quando li hanno vicini, e si comportano di conseguenza. Lo hanno dimostrato Susan Dudley e Amanda File, ricercatrici canadesi che hanno scoperto che le piante che crescono vicino a vegetali di una specie diversa dalla loro sono più competitive di quelle circondate da simili: per esempio, mettendo più energia nella crescita delle radici.

Le piante, quindi, si accorgerebbero della presenza dei vicini tramite cambiamenti nella chimica del suolo o scambiandosi segnali chimici che vengono percepiti dalle radici, e possono regolarsi di conseguenza. Secondo Dudley, del resto, "il fatto che le piante abbiano una vita sociale segreta è qualcosa di ben noto agli ecologi vegetali".

“I giardinieri sanno che alcune coppie di piante stanno meglio di altre, e noi scienziati stiamo cominciando a capire come ciò avvenga. Le piante che hanno la stessa madre possono essere più compatibili tra loro di quelle della stessa specie ma di origine diversa. Più ne sappiamo, più le interazioni tra piante sembrano complesse, per cui sarebbe difficile prevedere il risultato. Proprio come quando in una festa si mettono insieme persone diverse".

June 14, 2007 | Posted in: McVegan | Comments Closed

La vita segreta del McLavoratore

Stavolta l’infiltrato è un professore di management statunitense, Jerry Newman, che per qualche mese ha provato i peggiori McJob d’America, praticamente un guastatore in incognito in missione nei fast food, e poi ha scritto un libro: My secret life on the McJob. Lezioni da dietro la cassa, garantiti effetti supersize su qualunque tipo di management, appena pubblicato negli Stati Uniti.

D’accordo, niente di nuovo se non fosse che stavolta l’infiltrato era dall’altra parte del bancone, a friggere patatine e hamburger con un occhio particolare per le condizioni dei lavoratori e il loro rapporto con gli amati/odiati manager: secondo Newman, che ha lavorato in sette ristoranti, da McDonalds a Burger King, il clima e le condizioni di lavoro dipendono radicalmente dal capo di turno.

Incredibile, ma i manager possono arrivare a premiare i dipendenti assegnando loro PIÙ ORE di lavoro invece che un aumento. Il morale dei dipendenti? Direttamente determinato da quello che succede nell’ufficio del boss.

Proprio in questi giorni è uscito anche uno studio dell’Università della Florida sui motivi per cui la gente si licenzia e cambia lavoro, naturalmente negli States: spesso e volentieri la colpa è dei capi e dei capetti, che non si fanno scrupoli nel ricorrere a mezzi sporchi, incentivi illegali, mobbing, richieste di lavoro extra. Il 39 per cento dei settecento lavoratori intervistati afferma che il loro capo ha mentito e non ha mantenuto la sua parola. Il 37 per cento non è stato pagato regolarmente. Il 24 per cento accusa il capo di aver invaso la sua privacy.

Wayne Hochwarter, l’altro professore di management che ha condotto lo studio, sottolinea insomma che «i lavoratori non lasciano il loro lavoro o la loro azienda, ma lasciano il loro capo». I suoi consigli sono fondamentali: lavoratori, fate finta di niente. Minimizzate i danni che vi causa il vostro superiore e datevi da fare. «La cosa più importante è essere visibili sul lavoro. Nascondersi può essere negativo per la vostra carriera, specialmente quando impedisce ai vostri colleghi di riferire il vostro talento e il vostro contributo» alla causa. Il vostro capo non sarebbe per niente soddisfatto.

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Ma i vegetariani sono più furbi o più stupidi?

Uno studio pubblicato sul prestigioso British Medical Journal dimostrerebbe che le persone più intelligenti mangiano vegetariano.

I cervelloni dell'Università di Southampton – che purtroppo non ci dicono se loro sono vegetariani o meno – hanno preso in esame 8.179 persone cui vent'anni fa, quando erano bambini di dieci anni, era stato misurato il Quoziente di intelligenza.

Ora hanno trent'anni e 366 di loro sono vegetariani, di cui nove vegani e un centinaio che mangiano pollo o pesce.

Il calcolo è semplice: il QI medio da bambini dei vegetarian/pollo/pescivori era di 105 punti contro i 100 dei carnivori. Insomma, i bravi ragazzi diventano vegetariani o qualcosa di simile. Nessuno però si preoccupa di commentare alcuni strani particolari dello studio:

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Un BigMa©, g®azie

McDonalds vuole brevettare i suoi panini. Perchè no? In fondo oggi si può brevettare qualunque cosa, da un chip a un software passando per un gene o per una pianta che i contadini coltivano da diecimila anni.

Il brevetto non è più soltanto una forma di tutela per le invenzioni di tipo industriale. O forse, senza bisogno di tirare in ballo la politica, il sandwich di McDonalds è un prodotto industriale, no?

Come riferisce Fast Food News, la mia blogobibbia personale per le ultime novità nel mondo del cibo spazzatura, McDonalds ha depositato una richiesta agli uffici brevetto degli Usa e dell'Unione europea. Nelle cinquantacinque pagine (che non ho letto) di descrizione della sua invenzione chiede di ottenere diritti di proprietà intellettuale relativamente a «un metodo e un apparecchiatura per fare un sandwich».

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Pane, amore e Burger King

Le grandi catene di fast food all'assalto. Kentucky Fried Chicken ha costruito il primo logo aziendale visibile dallo spazio. Proprio nel Nevada, vicino alla top secret Area 51.

Burger King invece sta girando un gigantesco spot sotto forma di film. Above the King sarà una commedia, incentrata sulla storia di un ragazzo che vive sopra un ristorante Burger King e ha una strana amicizia con un aristocratico: The King, il simbolo della corporation.

Adrienne Hayes, la portavoce dell'azienda, afferma che «Burger King si sforza di raggiungere i consumatori in un modo unico e non tradizionale». E infatti con questa operazione Burger King conferma la sua attenzione per forme di marketing originali, che non si limitano agli spot o alle sponsorizzazioni ma entrano direttamente nei meccanismi di produzione dell'immaginario. In particolare quelli rivolti a ragazzi e adolescenti, la fascia di clienti «trainante» dell'economia dei fast food.

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