Terrorismo e animali

Il Senato degli Stati Uniti – quello vecchio, il nuovo si insedierà tra qualche mese – pochi giorni fa ha approvato l’Animal Enterprise Terrorism Act, che ora passerà alla firma di George Bush. Si tratta di un gigantesco giro di vite contro «la maggiore minaccia terroristica interna», i gruppi di attivisti radicali che agiscono contro la sperimentazione o lo sfruttamento animale. Per esempio i sette di Shac, sotto processo negli Usa per aver gestito un sito internet che dava supporto ideologico alla campagna Stop Huntingdon Animal Cruelty Usa.

La definizione di terrorismo dell’Aeta, così come già avvenuto grazie ad altre, più note, leggi securitarie statunitensi, diventa labilissima e soggetta a interpretazioni giuridiche molto ambigue: un’azione che «interferisce con le attività di un’impresa», non necessariamente violenta.

Anche la definizione di interferenza è vaga: causare «perdita di profitti», per esempio. La possibilità che venga inclusa in questa definizione un’attività lecita come il boicottaggio resta affidata all’interpretazione dei giudici e delle forze di polizia. Le pene si ingigantiscono: da un anno all’ergastolo, ben oltre quelle previste per i reati corrispondenti non legati alla protesta contro lo sfruttamento animale.

Negli ultimi anni la contestazione violenta contro centri di ricerca che praticano la sperimentazione animale è diventata un problema reale, soprattutto negli Stati uniti e in Gran bretagna. Ma alle dichiarazioni entusiaste dei responsabili dei laboratori scientifici si sovrappone l’interessante lista delle imprese che hanno fatto lobbying per l’approvazione della legge: sono quasi tutte associazioni di imprese di pellicce o di carni, come Ohio Pork Producers o Greater Fur New York Association.

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