John Wilbanks: clima e proprietà intellettuale

La scienza è un bene comune? È quello che pensano a Science Commons, una costola di Creative Commons, l’associazione americana che si occupa di proprietà intellettuale e diffusione della cultura e dei saperi. John Wilbanks, direttore di Science Commons, lavora da anni a pensare e organizzare modelli di innovazione aperti, in cui la partecipazione sia libera e i risultati accessibili a tutti, e alla scrittura di licenze aperte, alternative a brevetti e copyright. Insomma la scienza come commons, come bene comune. Gli abbiamo chiesto un parere sul clima e sul vertice di Copenaghen proprio dal punto di vista dei brevetti e dell’accesso ai saperi e alle tecnologie.


Perche le tecnologie verdi dovrebbero essere considerate un bene comune?

Il fatto è che avremo bisogno che molte di queste tecnologie interagiscano, per raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2, efficienza energetica, riduzione dei rifiuti, e progettazione di nuovi materiali. Ci sono campi diversi su cui giocano attori diversi. Se tutte le tecnologie più importanti devono essere comprate a caro prezzo, sarà molto difficile usarle insieme.


Le imprese non saranno d’accordo.

Internet ci insegna che uno stock di tecnologie aperte può creare una massiccia, inedita quantità di valore privato. Non si tratta insomma di cedere tutto gratis ma di creare un’alleanza tenuta insieme da standard tecnologici comuni e aperti. Non vorremmo replicare quello che è successo nell’industria aeronautica per anni, in cui una sola azienda possedeva i brevetti sul motore, un’altra sulle ali e una terza sulle ruote, una quarta sugli strumenti di cabina – e nessuna di esse riusciva a innovare a livello dell’intero aereo. Quando è successo, il governo Usa ha dovuto intervenire per rompere questi monopolio. E il climate change è troppo urgente, non si può aspettare che il problema si manifesti in modo così negativo.


Quale sarà quindi il ruolo delle imprese?

Le imprese sono il cuore dell’innovazione aperta, e ci sono ottimi esempi, come il progetto Eco-Patent Commons, in cui le aziende mettono a disposizione alcuni brevetti. Ci puoi trovare cose come le istruzioni per costruire una turbina a vento usando materiali locali. Noi stessi stiamo per lanciare GreenXchange, un progetto in cui le imprese decidono di condividere parte del loro patrimonio di brevetti. L’idea è che il sistema di brevetti esistente impedisca un numero elevato di usi che sono fuori dal business principale di un’impresa. Per esempio Nike può mantenere i diritti su una tecnologia, mettendola gratuitamente a disposizione di chi produce gomme per camion – magari diminuendo i pneumatici che gettiamo – ma senza cedere i suoi diritti per quel che riguarda le applicazioni nelle scarpe. Molte innovazioni avverranno in settori inaspettati e da persone inaspettate, e questi innovatori devono avere la libertà di cui hanno bisogno.


È importante l’innovazione dal basso, fatta dagli utenti delle tecnologie?

Credo che in futuro sarà estremamente importante, sia nel breve sia nel lungo termine. Ci sono miliardi di beautiful mind nel mondo, che hanno le motivazioni per innovare e creare sistemi che faranno la differenza a livello locale. Se cominceranno a connettersi, a leggere riviste open access, a lavorare insieme, avranno un impatto enorme. Parte del nostro lavoro è costruire canali in cui imprese, istituzioni e persone possano connettersi le une con le altre. Nei campi in cui abbiamo bisogno di nuove scoperte scientifiche – modelli del cambiamento climatico, sviluppo delle batterie – ci serve un’intero spettro di beni comuni.


Abbiamo bisogno solo delle licenze aperte?

Non credo: dobbiamo valutare gli strumenti “free” allo stesso modo in cui giudichiamo quelli “chiusi”. La libertà non è una licenza o un contratto, e le licenze sono solo un pezzo dell’ecosistema dei beni comuni. L’accesso alla teoria, agli strumenti, alla fabbricazione delle tecnologie, sono tutti essenziali per la libertà di operare. Anche se il cuore del dominio pubblico è composto da un vasto ed esplosivo spazio pieno di dati liberi.

Da il Manifesto di oggi

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