Flattr: pagare la gratuità online

Dalla gratuità totale, a costo di far imbestialire le major del disco e di Hollywood, ai pagamenti volontari. Una parabola non certo rivoluzionaria, quella di Peter Sunde, uno degli ex admin e portavoce di The Pirate Bay, il sito svedese di peer-to-peer protagonista di gigantesche battaglie legali e innovazione tecnologica e di costumi che è ormai entrato di diritto nella storia di internet. L’ultima creatura di Sunde, che ha abbandonato Pirate Bay già da qualche mese, si chiama Flattr: un gioco di parole tra flat rate, cioè pagamento costante nel tempo a prescindere da quanto si usa un servizio, e flatter, che in inglese significa adulare. E’ ancora una beta version, cioè la versione sperimentale da testare per scoprire eventuali difetti, e per ora funziona a inviti. Ma il nuovo servizio di micropagamenti online è partito. Potete vederlo e mettervi in fila per avere un account su www.flattr.com, in attesa del debutto "ufficiale" che avverrà a fine marzo.

L’idea è semplice. Chi si iscrive a Flattr paga un importo mensile costante, flat. Il minimo è due euro al mese, ma si possono scegliere importi maggiori. Chi produce contenuti e li pubblica gratuitamente in rete, siano essi post di un blog, canzoni da scaricare, libri free, software gratuiti, videogame, eccetera, può abbinare al contenuto un bottone di Flattr. L’utente che usufruisce del contenuto può cliccare il bottone e in questo modo una parte dei soldi che paga a Flattr verranno assegnati al produttore di quel contenuto. In che modo? Un po’ come dividere una torta di compleanno: la torta è una, e va divisa in modo che tutti gli invitati al compleanno ne ricevano una fetta di uguali dimensioni. Se nel corso del mese clicco su dieci contenuti, i miei due euro verranno divisi per dieci. Se clicco su cinquanta cose, verranno divisi tra quei cinquanta produttori.

Una tassa volontaria una tantum, che viene redistribuita a chi regala i suoi contenuti online secondo un principio "di mercato": è il singolo utente di Flattr a decidere a chi andranno le fette della sua torta: al video più interessante, al blog preferito, alla canzone scaricata gratis. Il funzionamento è molto simile a quello di siti come Digg, dove però invece di soldi si distribuiscono voti ai contenuti migliori, che in cambio ricevono maggiore visibilità.

"Vogliamo incoraggiare la gente a condividere i soldi e non solo i contenuti", ha dichiarato Peter Sunde in un’intervista alla BBC, "Flattr è un test per capire se un sistema di micropagamenti può veramente funzionare". E questo sistema ovviamente può funzionare solo se avrà la capacità di aggregare un numero consistente di persone, e dar vita quindi a una torta abbastanza grande da diventare appetitosa. Il proverbio svedese usato come motto da Flattr recita "molti piccoli ruscelli danno vita a un grande fiume": ancora una volta (do you remember Wikipedia?) un progetto partecipativo online punta sui piccoli contributi di migliaia di persone per creare qualcosa di grande. Stavolta, niente di meno che un sistema di pagamento dei contenuti della rete.

Secondo Sunde, "le persone amano le cose che trovano in rete e vogliono pagare", ma altri sistemi di micropagamento erano troppo complicati o costosi rispetto a Flattr, e non hanno mai davvero attecchito. "Lo facciamo per cambiare le cose e fare in modo che le persone che producono contenuti ricevano il denaro che non hanno mai ricevuto prima". Un po’ di quel denaro ovviamente andrà a Flattr, che è un’impresa del web come tante altre e che in questo momento sta cercando partner commerciali. Per ora una percentuale altissima: il 10% di ogni flusso di denaro. Diciamolo: più di qualsiasi altro sistema di pagamento al mondo, dalle carte di credito alle agenzie per l’invio di denaro all’estero. Un bel cambiamento per chi fino a ieri incoraggiava la gratuità totale con un sistema peer-to-peer. Ma Sunde sostiene che "non lo facciamo per diventare ricchi" e che se il numero di utenti crescerà abbastanza, la percentuale trattenuta dall’azienda diminuirà. La scelta del sistema flat rate, invece, è dovuta a un principio di eguaglianza: da ciascuno secondo le sue capacità. "Volevo che fosse basato sull’idea che persone diverse hanno situazioni economiche diverse", sostiene Sunde.

Intanto, le critiche non si focalizzano solo sugli aspetti economici. Su Slashdot, sito smanettone per eccellenza, molti si chiedono se non ci saranno problemi di sicurezza. Per esempio, qualcuno potrebbe produrre falsi bottoni di Flattr per cercare di accaparrarsi una parte dei pagamenti. Questi problemi richiederanno misure di sicurezza aggiuntive che potrebbero rendere Flattr meno usabile: la sua forza sta proprio nella sua facilità d’uso, una quota fissa mensile e un semplice click per assegnare il denaro ai contenuti preferiti.

Insomma, dall’economia del tutto free, anzi del "furto generalizzato", come direbbero le major del disco, i fondatori di Pirate Bay stanno passando a proposte a pagamento (vedi il progetto iPredator nel box a fianco). Da un lato i problemi legali (la condanna di Pirate Bay a risarcire 2,7 milioni di euro e a un anno di carcere non è stata indolore) sono probabilmente importanti, dall’altro potrebbe esserci la consapevolezza che l’economia tutto free non può sostenersi a lungo. Gli stessi giornali, che stanno pagando caro il passaggio dei lettori dalla carta al web, stanno cominciando a introdurre sistemi di piccoli pagamenti online per leggere gli articoli: una scommessa, dato che ormai tutti siamo abituati ad avere accesso gratuito all’informazione

Resta invece da vedere come la rete risponderà a Flattr, cioè se davvero un numero consistente di utenti pagherà la flat rate e se un numero consistente di blog e altri produttori di contenuti gratuiti adotterà il suo bottone da cliccare. Si può immaginare che per molti contenuti il saldo a fine mese sarà di pochi centesimi… mentre alcuni produttori più fortunati potrebbero ricavarne maggiori introiti. Dall’altra parte, su ogni bottone Flattr è visibile il numero di click ricevuti. Un vantaggio per l’utente, che può scegliere di cliccare solo i contenuti meno noti e quindi redistribuire il denaro ai più piccoli. Come ogni esperimento di suddivisione di compiti tra migliaia di persone in rete, anche Flattr ha bisogno di un test. Tra qualche mese capiremo se il suo meccanismo ha la capacità di attrazione necessaria a renderlo un servizio di massa: l’unico modo per farlo diventare influente.


 

Dal Manifesto del 27 febbraio 2010

One Response to “Flattr: pagare la gratuità online”

  1. zotico1.0 says:

    Ciao Alessandro,
    La cosa che mi ha più colpito è la questione della facilità del pagamento. Spesso trovo in rete dei programmini gratuiti, o dei testi che sicuramente sono costati un gran lavoro a chi li ha fatti. Mi piacerebbe donare qualcosa, poi non lo faccio semplicemente perchè non so bene cosa sia paypal, non ce l’ho e per pigrizia, visto che è tutto gratis, non dono. Quindi per me la facilità del pagamento è importante. Ad esempio, la possibilità di effettuare donazioni tramite SMS ha fatto si che molta gente partecipasse comodamente a molte campagne, cui altrimenti non avrebbe aderito.E’ più importante di quanto parrebbe. Se poi tutti donassero direttamente un euro all’autore di un romanzo di successo pubblicato in rete, questi diverrebbe ricco!
    Ricapitoliamo inoltre coloro che sulla pirateria ci guadagnano:
    Produttori di lettori DVD/DivX
    Produttori di masterizzatori
    Produttori di CD ROM/DVD registrabili
    Produttori di suporti come le chiavette
    Tutti campano in gran parte sulla pirateria, e sopratutto:
    Le compagnie che forniscono connssioni flat: le flat domestiche servono per scaricare, ovvio.
    Quindi uno che spende 20 euro al mese per una flat spende una cifra paragonabile a 2 o 3ingressi al cinema tutti i mesi. Poca gente ci andava così di frequente. Adesso quanti ce ne sono?
    Insomma un bel giro di interessi, che come mi confermavi tempo fa, è molto superiore al giro di interessi dei produttori di contenuti, e quindi è il fattore preponderante dell’analisi. Forse girano più soldi con la pirateria adesso che col cinama prima? Boh! Ma d’altro canto l’industria della pirateria ha bisogno dei contenuti! Chissà se ci sono già stati accordi sottobanco….in attesa delle tue considerazioni, mi fermo qui.