Intervista: Steve Kurtz

Steve Kurtz è uno dei membri del Critical art ensemble (Cae), un collettivo di artisti americani che lavora al confine tra scienza, tecnologia e politica. Nel 2004 Kurtz è stato arrestato dall’Fbi con l’accusa di bioterrorismo dopo che in casa sua furono trovate le colture batteriche che il Cae usava per i suoi progetti sulle biotecnologie. Nel libro L’invasione molecolare il Cae teorizzava l’uso della biologia fai-da-te come strumento per criticare e mettere in crisi le strutture del potere all’interno dell’industria biotech e il ruolo stesso della biologia nel capitalismo. Kurtz riflette da anni su problemi come i brevetti sulle sequenze genetiche o le forme della democrazia nelle scelte scientifiche, ed è un osservatore privilegiato dei movimenti di biologia fai-da-te che oggi si stanno sviluppando al di fuori dei confini istituzionali di università e imprese biomediche o dell’agribusiness.

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23andMe. Google e il mercato della genetica

Centomila. Sono arrivati a centomila i clienti di 23andMe, l’azienda di genomica personalizzata di Google che da qualche anno si è messa sul mercato della genetica fai-da-te. Se sei preoccupato perché Facebook e Google sanno tutto di te, vuol dire che non sei uno di quei centomila che hanno dato a un’azienda privata tutti i loro dati genetici e medici. I servizi di 23andMe sono tutti online, ti spediscono a casa il tampone, glielo rimandi dopo averlo insalivato per bene e loro ti sequenziano il genoma. O meglio, una serie di diverse centinaia di Snp, piccole mutazioni correlate con malattie ereditarie. Vuoi sapere quanto rischi di ammalarti di diabete? 23andMe te lo dice. Vuoi sapere se hai un antenato irlandese? Ecco la risposta, scritta nei tuoi geni.

(Continua su Doppiozero)

Brevetti sui geni addio? Intervista a Debra Greenfield

L’anno scorso la Aclu (American Civil Liberties Union), una delle maggiori associazioni per i diritti civili degli Stati Uniti, è entrata nel dibattito sui brevetti sui geni. E ha denunciato il potente Ufficio brevetti americano, insieme ai detentori dei brevetti sui geni Brca1 e 2, geni correlati al cancro alla mammella: l’azienda privata Myriad Genetics, che produce i test per Brca, e l’Università dello Utah. Aclu, insieme a Public Patent Foundation e alcune associazioni che si dedicano alla salute delle donne, ha vinto la prima sentenza.

Il caso sembra destinato ad arrivare alla Corte suprema e a cambiare le leggi che da trent’anni a questa parte hanno permesso di brevettare circa il 20% dell’intero genoma umano. Recentemente il Dipartimento di giustizia Usa si è pronunciato a favore della revisione della legislazione sui brevetti, dando maggiori speranze a Aclu e i suoi alleati. Debra Greenfield, avvocato, giurista e professore di bioetica presso la Università della California a Los Angeles fa parte del pool di consulenti chiamati a dare un parere al tribunale che sta giudicando il caso.

Perché la Aclu ha deciso di entrare nel dibattito sui brevetti sui geni?
Serviva una componente istituzionale per intentare una causa così importante, ma di solito si tratta di ricercatori universitari che sono comunque coinvolti in meccanismi di brevettazione portati avanti dalle loro università. Per questo si è cercato di coinvolgere la Aclu. Ed è stato molto difficile perché loro non si sono mai occupati di questi casi, anche se ovviamente hanno fatto molte cause relative al copyright per proteggere il diritto di espressione contenuto nel Primo emendamento. Lo scopo generale dei brevetti non è mai stato messo in discussione, nonostante sia diventato sempre più ampio non solo nella ricerca genetica ma anche per le tecnologie dell’informazione.

Oggi puoi praticamente brevettare tutto: se qualcosa è utile puoi brevettarlo anche se non è legato a una particolare macchina. Così alla Aclu è diventato chiaro che in gioco c’è un problema legato al Primo emendamento. Il problema dell’accesso all’informazione ha implicazioni per un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili, e allo stesso tempo alcuni processi relativi alle tecnologie dell’informazione stavano arrivando alla Corte suprema. Questa combinazione di fattori ha spinto l’associazione a entrare in gioco.

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Affinità e divergenze tra chi organizza i lavoratori a L.A. e noi

Come introduzione ai movimenti che organizzano i lavoratori/trici dal basso mi sono letto questo Working for justice. The L.A. model of organizing and advocacy e poi sono andato a pranzo con Josh, uno degli autori. I capitoli del libro sono stati scritti in collaborazione con gli stessi attivisti, e sono focalizzati in particolare sul modello del worker center, cioè piccoli centri territoriali o di settore, forme ibride tra minisindacati e movimenti di base, che supportano i lavoratori e le loro lotte. In molti casi si tratta di lavoratori migranti, soprattutto latinos e coreani che formano la spina dorsale della forza lavoro losangelina. Si va dalla famosa KIWA, l’alleanza dei lavoratori di Koreatown, alle lotte di Justice for Janitors, fino a tassisti, lavoratori del tessile e degli autolavaggi.

Se è vero che da free shop del lavoro sottopagato e desindacalizzato, Los Angeles è diventata un punto di riferimento per le nuove forme di organizzazione dei lavoratori, il modello del worker center ha molte caratteristiche interessanti e in cui si riconoscono pratiche legate alla Mayday e ai Punto San Precario in Italia. In risposta a precarizzazione ed estrema ricattabilità, i worker center forniscono supporto legale e capacità di rapportarsi con i media. Costruiscono legami con i lavoratori per raccogliere informazioni vitali sull’azienda e organizzare mobilitazioni che non li espongano al rischio di ripercussioni. Producono nuove narrative di giustizia sociale coinvolgendo i lavoratori e le usano per costruire "drammi pubblici", cioè momenti di sputtanamento dell’azienda e di dimostrazione della forza dell’azione collettiva. Cercano di ampliare al massimo il coinvolgimento diretto dei lavoratori per fornire strumenti e per combattere la sensazione di impotenza che hanno nei confronti delle loro condizioni lavorative.

Ci sono però un paio di cose peculiari (a parte il fatto che i worker center dispongono sempre di personale pagato che lavora a tempo pieno). La prima è che possono fare vertenze a livello di governo locale per migliorare le condizioni di lavoro (salario minimo, benefit, eccetera). E poi costruiscono forti legami all’interno delle comunità, individuando e coinvolgendo i leader religiosi, culturali e politici. Questo modello ha portato a importanti vittorie, anche se le storie raccontate nel libro sono precedenti alla recessione che sta fustigando la California e imponendo tagli e salassi. Il Governator Schwartzenegger è campione di ingiustizia sociale, e non basterà un worker center a fermarlo.

Yann Moulier Boutang: ecologia e reddito

Copincollo qui sotto un’intervista a Yann Moulier Boutang, economista francese teorico del capitalismo cognitivo che ora fa parte di Europe Écologie, la federazione di verdi, associazioni ecologiste e movimenti che ha preso il 12% alle ultime regionali dopo un ottimo risultato anche alle europee. Mi sembra un documento interessante, leggetevi anche il loro programma. Ecologia, sviluppo, precarietà, reddito, crisi, produzione, prima cominceremo anche noi a tenere insieme queste parole prima anche l’Italia avrà una sinistra adeguata alle trasformazioni che stiamo vivendo.

«Ambiente e precari, noi abbiamo fatto così»

Parla l’ideologo dei verdi francesi

Ecolò è la nuova presa della Bastiglia. La bandiera vincente anti-Sarkozy. Uno «spettro» convincente (non più ideologico) che si aggira affascinando tutta l’Europa. Molto più di una suggestione perfino nell’Italia orfana delle sinistre. Yann Moulier Boutang, classe 1949, allievo e biografo di Louis Althusser, professore di scienze economiche e direttore della rivista Multitudes, incontra informalmente al bar del parco San Giuliano i «gemelli» veneziani. Yann è il «cervello» di riferimento per Daniel Cohn-Bendit, l’alternativa del ’68 rigenerata dall’ecologia politica.

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Flattr: pagare la gratuità online

Dalla gratuità totale, a costo di far imbestialire le major del disco e di Hollywood, ai pagamenti volontari. Una parabola non certo rivoluzionaria, quella di Peter Sunde, uno degli ex admin e portavoce di The Pirate Bay, il sito svedese di peer-to-peer protagonista di gigantesche battaglie legali e innovazione tecnologica e di costumi che è ormai entrato di diritto nella storia di internet. L’ultima creatura di Sunde, che ha abbandonato Pirate Bay già da qualche mese, si chiama Flattr: un gioco di parole tra flat rate, cioè pagamento costante nel tempo a prescindere da quanto si usa un servizio, e flatter, che in inglese significa adulare. E’ ancora una beta version, cioè la versione sperimentale da testare per scoprire eventuali difetti, e per ora funziona a inviti. Ma il nuovo servizio di micropagamenti online è partito. Potete vederlo e mettervi in fila per avere un account su www.flattr.com, in attesa del debutto "ufficiale" che avverrà a fine marzo.

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Fallisce deCODE. No future per la genomica pura

Per qualcuno è il segnale della fine della genomica "pura", quella che affastella dati su dati senza sapere bene cosa farci. La deCODE Genetics di Kari Stefansson, una delle imprese capofila di questo approccio, ha aperto una procudera di fallimento: ha accumulato un debito di 314 milioni di dollari a fronte di un capitale di soli 70 milioni.

Per chi non la conoscesse, la deCODE è l’azienda islandese che è diventata famosa per il suo progetto Health Sector Database (HSD), di raccolta dei dati medici e genetici dell’intera popolazione dell’Islanda: nei suoi database ci sono i dati di 140.000 islandesi (ora in vendita). Negli ultimi anni si era invece lanciata nel settore della genomica personalizzata con il progetto deCODEme: test e screening genomici più o meno low cost per scoprire supposte predisposizioni alle malattie.

"Non abbiamo mai generato profitti", annuncia sconsolato il documento pubblicato da deCODE, che rivela come le sue uniche entrate siano sempre e soltanto state legate a contratti con case farmaceutiche e sovvenzioni. Sulle vicende di deCODE c’è un libro molto bello di Mike Fortun, un antropologo americano che ha studiato gli scontri politici avvenuti in Islanda ai tempi del progetto HSD. "Promising genomics, Iceland and deCODE Genetics in a World of Speculation", parla di come una piccola impresa biotecnologica ha fondato le sue fortune, ed è diventata una delle più ricche della storia, basando tutta la sua attività su un’insistente, continua e inarrestabile narrazione sul futuro.

Crackare i propri geni per conoscere il proprio futuro, per esplorare possibilità inimmaginabili, per curare malattie che ancora non abbiamo. Nel racconto di Furtun la speculazione avveniva di pari passo in due campi: nelle narrazioni sui risultati possibili della genomica e sui listini del Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici. Uno di quei due tipi di speculazione è arrivato al peggior no future possibile, la bancarotta.

Lavoratori di un call center bloccano l’amministratore delegato

Copincollo il comunicato stampa dell’Associazione Bios:

Lavoratori Omnia bloccano per 1 ora l’amministratore delegato dell’azienda e lo portano in assemblea! In data 1 aprile, a seguito delle reiterate e vane promesse dell’azienda Omnia Service Center SPA di effettuare i pagamenti degli stipendi di febbraio 2009, i lavoratori della sede di Via Breda 176 a Milano hanno autonomamente deciso di lasciare le loro postazioni per riunirsi nel cortile aziendale costringendo l’amministratore delegato ad intervenire accerchiandolo per più di un’ora con un’unica domanda: quando riceveremo i nostri soldi?

L’amministratore delegato è intervenuto per sedare gli animi invitando i dipendenti a rientrare senza successo, i funzionari sindacali fino ad allora praticamente assenti sono stati costretti a correre sul posto e obbligati sempre a convocare un’assemblea sindacale straordinaria nell’immediato. Da diversi mesi l’azienda ritarda i pagamenti imputando la responsabilità ai committenti, alla crisi, alle banche che non concedono più fidi; ad oggi lo stipendio di febbraio, atteso dal 5 marzo, ancora deve essere pagato.

"Non ho più soldi in banca per pagare le rate del mutuo e la banca minaccia di chiudermi il conto e portarmi via la casa" si sfoga Marta, lavoratrice Omnia. "Tutti i giorni riceviamo segnalazioni da lavoratori che non hanno soldi per la benzina e neanche per comprarsi il biglietto dell’autobus per venire al lavoro" dichiara Silvana RSU CUB.

I lavoratori hanno deciso di continuare lo stato di agitazione con lo sciopero Nazionale del gruppo di venerdì 3 aArile durante il quale saranno organizzati dei presidi nelle sedi di tutta Italia.

Aggiornamenti su Precaria e Colsenter

Avrei voluto abbonarmi a Wired Italia ma non voglio offerte commerciali

A febbraio uscirà Wired Italia. Le folle nerd italiche sono in tripudio 🙂 Vado sul sito per abbonarmi e scopro che invece delle classiche due caselle di consenso per la privacy, una per il trattamento dei dati personali e un’altra per ricevere offerte commerciali, ce n’è una sola.

Non è possibile abbonarsi senza dare l’assenso a usare i propri dati per "l’esecuzione di attività finalizzate all’invio di comunicazioni
commerciali, vendita diretta, manifestazioni a premio e similari,
nonché, per gli stessi fini, alla loro comunicazione ai soggetti nostri
partner commerciali in attività di co-marketing e iniziative
commerciali".


Se non l’avete capito, significa dare l’autorizzazione a farvi chiamare a casa al sabato mattina per proporvi offerte di adsl e piani tariffari vari. Sono convinto che non sia legale non permettere ai clienti di scegliere. Comunque non mi abbono, e ripensandoci non è detto che sia un male.

RETTIFICA:

oggi, 17 febbraio 2009, mi ha scritto l’editore di Wired Italia per chiarire che non è obbligatorio barrare la casella sul trattamento dei dati personali. La mail recita:

La privacy policy utilizzata
è corretta in quanto nella prima parte informa la persona in procinto di
abbonarsi che il conferimento dei suoi dati personali è obbligatorio ai fini
dell’esecuzione dell’abbonamento e poi aggiunge che se l’abbonato è interessato
a ricevere comunicazioni commerciali da parte di nostri partner può (non deve)
barrare la casella sottostante.

In effetti leggendo meglio, il testo specifica che barrando la casella si autorizza l’invio di comunicazioni commerciali ecc. Si può anche non barrarla, però, e l’abbonamento resta valido (e questo non è spiegato molto chiaramente). 

Di solito però ci sono DUE caselle, una per il trattamento dei dati personali, l’altra per l’invio di offerte commerciali e altri fini. Leggendo sul sito del Garante della privacy, il Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, cioè il Codice in materia di protezione dei dati personali, mi pare però di capire che l’autorizzazione dovrebbe essere esplicita:

Art. 23. Consenso
1. Il trattamento di dati personali da parte di privati o di enti pubblici economici è ammesso solo con il consenso espresso dell’interessato.
2. Il consenso può riguardare l’intero trattamento ovvero una o più operazioni dello stesso.
3. Il consenso è validamente prestato solo se è espresso liberamente e specificamente in riferimento ad un trattamento chiaramente individuato, se è documentato per iscritto, e se sono state rese all’interessato le informazioni di cui all’articolo 13.

Detto questo, non sono un avvocato e sinceramente non riesco ad andare oltre. Abbonatevi ma non date il consenso al trattamento dei vostri dati – sempre se non volete ricevere offerte commerciali!

Oiligarchy, gioca alla civiltà del petrolio

Oiligarchy, il nuovo videogioco di Molleindustria è appena uscito in italiano. Sulla scia di McDonald’s videogame, anche stavolta siamo nei panni di una multinazionale senza scrupoli. Estrarre petrolio è solo una parte del gioco: bisogna anche corrompere i politici, eliminare gli oppositori, far crescere il prezzo del barile e nascondere la catastrofe ecologica. E naturalmente far scoppiare la guerra in Iraq, che una volta iniziata non ci lascia che un’unica opzione: aumentare le truppe. Per provarlo clicca qui.

Come sempre è semplice e molto giocabile ma complesso per le tematiche che affronta. Per leggere le idee di Paolo di Molleindustria sul disastro, il picco del petrolio e la fine del mondo, leggetevi i suoi imperdibili "Spunti per una teoria unificata del collasso".