Intervista: Steve Kurtz

Steve Kurtz è uno dei membri del Critical art ensemble (Cae), un collettivo di artisti americani che lavora al confine tra scienza, tecnologia e politica. Nel 2004 Kurtz è stato arrestato dall’Fbi con l’accusa di bioterrorismo dopo che in casa sua furono trovate le colture batteriche che il Cae usava per i suoi progetti sulle biotecnologie. Nel libro L’invasione molecolare il Cae teorizzava l’uso della biologia fai-da-te come strumento per criticare e mettere in crisi le strutture del potere all’interno dell’industria biotech e il ruolo stesso della biologia nel capitalismo. Kurtz riflette da anni su problemi come i brevetti sulle sequenze genetiche o le forme della democrazia nelle scelte scientifiche, ed è un osservatore privilegiato dei movimenti di biologia fai-da-te che oggi si stanno sviluppando al di fuori dei confini istituzionali di università e imprese biomediche o dell’agribusiness.

Quali sono le differenze principali tra voi e la nuova ondata di biologia fai-da-te?

Il Critical Art Ensemble ha una politica. Non ci interessa la scienza di per sé, ma come i suoi processi materiali e i suoi discorsi possono essere usati nella lotta contro le pratiche autoritarie. DIYbio non commette i tre peccati capitali della biologia fai-da-te: fare riferimento alla politica delle biotecnologie invece di presentarle come neutrali; suggerire che le decisioni politiche dovrebbero essere prese dai cittadini e non restare il dominio di corporation, militari ed esperti; combinare le ricerca biologica con l’attivismo politico. Queste tre pratiche provocherebbero una reazione da parte delle autorità negli Stati Uniti, anche se nell’era post-Bush l’intensità della violenza legale si è ridotta un po’. Il Dipartimento di giustizia si è in parte depoliticizzato, ma se la bioparanoia tornasse, anche loro sarebbero a rischio.

Non credi che DIYbio e i biologi fai-da-te di oggi abbiano un approccio critico alla scienza?

È prematuro da dire a questo punto. I laboratori pubblici non sono ancora diffusi. Non è come con le tecnologie dell’informazione, in cui ognuno possiede un computer e ci sono negozi di attrezzature in ogni centro commerciale. Per ora ci sono un sacco di persone curiose ed entusiaste, e coloro che vengono dal movimento ecologista hanno un approccio più critico. Ma a questo punto, tutto è così lontano dai radar della cultura mainstream che non c’è modo di sapere quali tendenze vedremo in futuro. Certo, basta dire che tutti dovrebbero essere in grado di fare ricerca da soli, nel proprio garage, per incorrere in rischi. Anche solo affermare che c’è bisogno di alfabetizzazione biologica è politico. Ma non basta: c’è bisogno di ben più che una politica progressista moderata per cambiare la situazione corrente.

Ma la biologia DIY è davvero il nuovo luogo dove fare ricerca scientifica?

No. La scienza richiede troppi capitali per poter esser fatta in un garage. Però la tecnologia è un’altra cosa. Anche se per ora nulla di interessante è uscito da un garage, potremmo ben presto vedere nuove tecnologie biologiche che offrono nuove possibilità. Il capitalismo è interessato agli hacker e agli smanettoni che lavorano nelle loro cantine. Ma a differenza dell’informatica, dove l’open source è diventato un modello di business, nella biologia le aziende vogliono rendere tuttto proprietario e brevettare tutte le forme di vita. Ma se nuove applicazioni monetizzabili verranno da un garage, anche questo potrebbe cambiare.

Cosa dovrebbero fare i biohacker per incamminarsi in una direzione politicamente più interessante?

La scienza fai-da-te non ha mai avuto una vera direzione in questo senso, ed è per questo che è stata tollerata per decenni. È questo il problema: non ci sono storie che ispirano, eppure sarebbero indispensabili per far emergere un attivismo basato sulla scienza che superi gli scienziati progressisti e le loro organizzazioni. È davvero compito delle nuove generazioni di dar vita a questo movimento. E poi, per citare William Gibson, sarà la strada a trovare i suoi usi per le cose di cui stiamo parlando.

Da Il Manifesto del 16 luglio 2011. Leggi anche la recensione a Biopunk di Marcus Wohlsen

Comments are closed.