Geert Lovink: La googlizzazione delle nostre vite

Dal Sole 24 ore/Nova di ieri, copincollo questo pezzo di Geert Lovink, autore di Zero Comments (Bruno Mondadori, 184 pagine, 14 euro). Lovink era ieri all’Università Bicocca di Milano all’interno del convegno Tech it Easy.

Society of the Query: The Googlization of our Lives. A Tribute to Joseph Weizenbaum

«Uno spettro insegue le elite intellettuali del mondo: l’eccesso di informazione. Le persone normali hanno dirottato le risorse strategiche e stanno intasando i canali mediatici, che una volta erano attentamente sorvegliati. Prima di internet, i mandarini si cullavano nell’idea di poter separare le “chiacchiere” dalla “conoscenza”, ma dopo la nascita dei motori di ricerca non è più possibile distinguere tra idee patrizie e gossip plebeo. La distinzione tra alto e basso e il loro rimescolamento in occasione del carnevale appartengono a tempi passati e non abbiamo più motivo di preoccuparcene, perchè oggi l’allarme è causato da un fenomeno completamente nuovo: i motori di ricerca scelgono in base alla popolarità, non alla Verità.

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I videogame fanno bene alla tua psiche

Oltre a ospitare la Microsoft, il gigante locale, Seattle è piena di imprese del web: solo qui nel quartiere di Fremont hanno sede Adobe, Google e GettyImages, tanto per dire. Ma soprattutto Seattle è famosa per le company di casual games, che la affollano a decine e la settimana scorsa si sono trovate a convegno proprio qui. I casual games sono quei giochini semplici semplici ma divertenti che diventano droga dopo pochi secondi. Tetris, per capirci, non quei giochi in 3D che il vostro vecchio computer non riesce più a far girare.

Ora, pare che i casual games facciano bene: PopCap, una grossa azienda di Seattle, ha speso più di 100.000 $ in ricerca per scoprire che giocare ai suoi giochi è un toccasana per la salute mentale. Monitorando l’attività mentale di un gruppo di giocatori, la ricercatrice Carmen Russoniello ha scoperto che erano meno stressati e meno tesi del gruppo senza videogiochi. Il comunicato stampa della PopCap e l’articolo sul settimanale di Seattle da cui prendo la notizia parlano di effetti su Adhd, depressione, stress, diabete e malattie cardiocircolatorie. Cosa aspettiamo a darci dentro?

(Ah, il mio ospite qui a Seattle di lavoro fa le musichette proprio per una ditta locale di casual games, e infatti sento che vivendo con lui il mio stress sta già diminuendo…)

Il capitalismo è tutto grasso che cola

Chi ha ancora in mente l’immagine del capitalista ciccione con la bombetta e del povero lavoratore magro ed emaciato la può cancellare tranquillamente. Ai nostri tempi l’obesità è affare dei poveri, e chi la studia dovrebbe capire perché colpisce proprio loro. Tanto che SciDev ospita un editoriale del nutrizionista inglese Jonathan Wells, intitolato “I ricercatori sull’obesità devono capire come funziona il capitalismo”.

Dopo aver svolto una ricerca epidemiologica sulla diffusione dell’obesità nella città brasiliana di Pelotas, Wells ha deciso che gli scienziati non devono capire solo il “come” ma anche il “perché” di questo problema: per esempio, che “ciò che sta guidando l’epidemia di obesità è la rete di strategie economiche e interessi commerciali che fanno sì che gli individui cambino o mantengano alcuni comportamenti”. Il modo in cui l’industria li manipola è cruciale per la crescita della “nicchia obesogenica”.

Quindi, i ricercatori dovrebbero essere esperti anche nelle tecniche usate dalle aziende per massimizzare i profitti: “marketing, economia, previsione dei trend sociali”. In questo modo potrebbero giocare ad armi pari: “se l’azienda sa come vendere più biscotti, i ricercatori devono sapere come ottenere l’effetto opposto”. Wells conclude così: “il capitalismo è stato studiato soprattutto dagli economisti. E’ ora che lo facciano anche i ricercatori che si occupano di salute”. Suona ingenuo, ma siamo in un’epoca in cui pochi si ostinano a cercare di comprendere il sistema economico per trasformarlo. Partiamo dai grassi insaturi?

Il dilemma del pirata

Il dilemma del pirata è quello che dovremmo vivere ogni volta che scarichiamo una canzone o un film piratato da Internet. Stiamo rubando il lavoro di altre persone , stiamo danneggiando l’economia e soprattutto stiamo mettendo in pericolo la cultura, condannandola a morte lenta? Che facciamo, smettiamo di scaricare? Chiedetelo a Matt Mason, un giornalista musicale ed ex dj di radio pirata di Londra. Matt ha scritto The Pirate’s Dilemma. How Youth Culture Is Reinventing Capitalism.

Secondo Matt, la pirateria non è soltanto divertente, economica e comoda. Altro che fare danni: la pirateria sarebbe un motore della circolazione di cultura, dell’innovazione e niente meno che del capitalismo. Insomma, la proprietà è un furto oppure il furto aumenta la proprietà? Non è una domanda stupida, se pensate che Matt propone il “capitalismo punk” (molti punk si rivolteranno davanti a questo ossimoro): una volta tre ragazzini che si annoiavano potevano mettere su un gruppo punk e autogestire la propria musica. Oggi gli stessi tre amici, grazie alla rete e ai computer potrebbero dare vita a un’impresa del web e fare i soldi partendo da zero e attingendo a piene mani alla ricchezza di informazione che si trova su internet, alla faccia di brevetti e copyright.

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La gratuità è un furto

Mentre scrivo il mio pc sta scaricando un tot di film e dischi piratati. Sono un criminale o sto fruendo cultura nel modo proprio del nostro tempo? Un criminale, secondo Denis Olivennes, ex-direttore della megacatena di distribuzione di dischi Fnac in Francia e consulente del governo Sarkozy in materia. Ribaltando il celebre motto di Proudhon, “La proprietà è un furto”, il suo libro si intitola La gratuità è un furto. Quando la pirateria uccide la cultura (Libri Scheiwiller, 128 pagine, 14 euro).

L’autore sostiene che l’anarchia di internet finirà col ridurre la diversità culturale, togliendo ossigeno agli autori che non si uniformano al mainstream delle major. È il rischio della “scomparsa pura e semplice delle opere, in conseguenza di mancati guadagni da parte di creatori e produttori”.

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Il lavoro al tempo della rete, intervista a Ned Rossiter

Dalle reti virtuali di Internet alle reti sociali e di lavoratori che vivono nel mondo della precarietà. Ned Rossiter è un ricercatore indipendente che vive a Pechino e che si occupa dei nessi tra cultura di rete, lavoro creativo e precarietà. Il suo libro Organized Networks: Media Theory, Creative Labour, New Institutions verrà pubblicato da Manifestolibri nel corso del 2008.

Gli abbiamo chiesto di commentare la EuroMayday 2008 prendendo spunto da quello che succede online, nello sfruttamento economico della cooperazione di milioni di utenti da parte delle aziende del web 2.0, e nella società, dove il precariato è alla ricerca di nuove forme di organizzazione e di risposte alla complessità del capitalismo odierno.

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Da Trieste: un genoma? Cento dollari!

Ricordate il polverone sollevato dalle prime ditte che propongono il sequenziamento del genoma per mille dollari (ok, non tutto il genoma, che costa oggi attorno ai 60.000 dollari, ma un bello screening di SNPs)? Non è nulla in confronto a quello che potrà succedere se si arriverà a un costo paragonabile a un semplice esame del sangue: per esempio i cento dollari di cui cominciano a parlare un po’ di company americane. Leggetevi questo articolo sulla Technology Review del MIT.

La genomica low cost è stata uno dei temi più caldi del FEST di Trieste: alla tavola rotonda intitolata "Un mercato per i test genetici?" il dibattito è stato uno dei più partecipati di tutti i cinque giorni, anche grazie ai due relatori, che sono stati in grado di resistere a un discreto assalto di domande e perplessità su privacy, formazione dei medici, medicalizzazione. Quando si è parlato di consumismo legato alla salute, Flavio Garoia (biologo che lavora in una spin off di Bologna, Ngb Genetics) ha detto che la differenza tra Usa ed Europa è tale che da noi i test genetici verranno comunque usati sotto controllo medico, a differenza di quello che succede ora oltreoceano.

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Venter vs. noantri, ieri a Bologna

Ieri a Bologna si parlava di geni e bit. Pubblico delle grandi occasioni, traduzione simultanea, location di classe. Infatti erano ospiti due biotecnologi di fama come Rino Rappuoli (Capo della Ricerca Vaccini di Novartis) e la rockstar Craig Venter dell’istituto omonimo (del resto è suo).

E’ stato interessante ascoltare i mega spot dei cattivoni per eccellenza, la Novartis figuriamoci, e i modelli di business di Venter. Che per la cronaca insiste sull’idea di digitalizzare la vita (come da titolo della giornata) e "generare nuova vita a partire dal mondo digitale". Propositi – e prodotti, prima o poi – della sua Synthetic Genomics, Inc. ma anche classici sogni della biologia moderna.

Meno carini i 50 minuti di introduzione, perfetto esempio di autocelebrazione all’amatriciana, propinati ai presenti dai genetisti bolognesi della European Genetics Foundation. Un lungo elenco delle loro attività dal 1800 a oggi e di tutti i biologi famosi passati per le loro stanze. Ah, in sala girava un appello che uscirà su Nature della settimana prossima: oddio, la campagna elettorale non si occupa della ricerca italiana. Visti i risultati in proposito dell’ultimo governo e vista l’immagine che da di sé chi dirige la ricerca italiana, forse è meglio così. Ma su questo ha già detto tutto lui.

Il business lava più verde

C’è un mondo dove le auto non inquinano e scorazzano in terre incontaminate (cioè senza auto), dove le multinazionali del petrolio producono energia pulita e si può fermare il riscaldamento climatico consumando di più. È quello della pubblicità, in cui le aziende più inquinanti cercano disperatamente di nascondere le loro code di paglia, darsi una bella mano di verde e rivendersi come protettrici dell’ambiente.

Il dubbio però è che come al solito stiano difendendo i loro profitti, e non le nostre vite. Se volete votare gli spot più ipocriti andate sul sito del Greenwashing Index, e partecipate alla pagella collettiva per bocciare le pubblicità che lavano più verde.

Zero comments

È uscito l’ultimo libro di Geert Lovink: Zero comments, Teoria critica di Internet (Bruno Mondadori, 192 pagine, 14 euro). Il pregio principale di questo libro è quello di porsi il problema che gli apologeti del web 2.0 cercano sempre di nascondere sotto al tappeto: «Perché gli utenti dovrebbero continuare a pubblicare tutti quei dati
privati, dai quali una manciata di aziende ricava miliardi di dollari
di profitti? Perché dovrebbero cedere gratuitamente i loro contenuti
mentre un pugno di imprenditori del Web 2.0 sta facendo i milioni?»

Insomma, al di là della retorica sulla gratuità di Internet (Lovink l’aveva chiamata «ideologia del free») e di quella della democrazia della rete c’è un mondo da analizzare. Una delle categorie usate è quella del nichilismo. Non certo in senso galimbertiano (oddio, i giovani non hanno più valori!) ma ritrovando negli utenti della rete la capacità di distruggere i mostri della comunicazione: «I blogger non rappresentano altro che sé stessi. E in questo senso
livellano, azzerano le strutture centralizzate di senso. Le autorità,
dal Papa ai partiti alla stampa, non influenzano più la nostra visione
del mondo».

Va bene, forse anche Lovink si lascia un po’ prendere la mano. Però la domanda finale prima o poi dovrà trovare risposta: «Perché non usiamo la nostra “immaginazione collettiva” per escogitare modelli sostenibili per una cyber-infrastruttura pubblica?»

PS: consigli per i lettori. Se non siete patiti della New media art, saltate a piè pari l’ultimo capitolo. E quando leggete che «È ora di rompere il consenso libertario» fate come se fosse «rompere il consenso liberista». L’ho tradotto io, ma questa non è certo opera mia. Geert, non volermene.