Il PD capirà mai la precarietà?

Il nuovo manifesto del PD continua a confondere precarietà e precariato, e soprattutto non classifica il precario come lavoratore degno di rispetto. Il precario non si nobilita, anzi, si vergogni! A lavorare!

La proposta del reddito minimo e del sussidio unico – magari – stampata su un manifesto che esprime una cultura così stantìa, che si accanisce contro i precari come se fossero malati da curare e non lavoratori con meno diritti di altri. C’è ancora strada da fare…

Sissa: brevetti precari

Il nuovo Regolamento sulla proprietà intellettuale della Scuola internazionale superiore di studi avanzati, appena approvato dalla Sissa di Trieste, dove lavoro, stabilisce le norme sui brevetti per il personale della scuola. Naturalmente la Sissa "favorisce la brevettazione e la valorizzazione economica dei risultati delle ricerche" che risultano in invenzioni brevettabili.

Con un buffo distinguo: se sei un "inventore-dipendente" (cioè un professore garantito che guadagna un ottimo stipendio) hai l’esclusiva sui diritti derivanti dall’invenzione, e devi versare alla Sissa il 40% dei proventi. Il restante 60% è tuo. Se invece sei un "inventore-soggetto non strutturato" (cioè un dottorando, un contrattista, insomma un precario qualunque) i diritti patrimoniali restano alla Sissa, che ti darà il 50% dei proventi. Il 10% di differenza se lo tiene la Sissa, insieme al diritto di vendere il brevetto e farne ciò che vuole. Il precario si consola con l’inalienabile diritto a essere riconosciuto come autore dell’invenzione, che però non si mangia.

Un chiarimento: non so quanto influiscano le spese di registrazione, che naturalmente sono a carico del titolare del brevetto, e se questa suddivisione sia comune nelle università italiane. Qualcuno me lo spiega? Intanto mi consolo sapendo che i ricercatori precari, come scritto nella proposta di autoriforma scritta dall’Onda nel novembre scorso, ritengono "essenziale lo sviluppo di forme non commerciali della loro tutela (GPL/Creative commons) in contrapposizione al brevetto".

Qui il testo del regolamento Sissa

Dieci tesi sull’economia della conoscenza – Franco Carlini

Dal Manifesto di ieri ripubblico queste tesi che avrebbero dovuto costituire il nucleo di un libro progettato da Franco Carlini prima della sua scomparsa. Come altre volte, Franco tralascia il lato "corporate" dell’economia del dono: c’è chi sulla cooperazione donata in rete dai milioni di utenti del web ci fa i miliardi, non solo chi ne fa un modo di produzione nuovo e orizzontale, non gerarchico ed egualitario. Ma mi sembrano un documento che certifica quanto intellettuali militanti come Carlini sarebbero ancora necessari per analizzare i mondi della rete e gli scontri tra diverse socialità e diverse pratiche politiche che la attraversano.

1. Nel 21esimo secolo sembra infine realizzarsi la società dell’informazione, anzi della conoscenza, più volte annunciata fin dagli anni ’60. Ciò avviene per effetto congiunto della commoditization dei beni materiali, della globalizzazione e delle tecnologie digitali sviluppatesi negli ultimi 30 anni. La conoscenza, da semplice strumento del potere e dell’economia (al servizio dell’innovazione), diventa merce essa stessa.

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Tavola rotonda per Franco Carlini

Totem, l’agenzia di stampa fondata da Franco Carlini e responsabile, tra le altre cose, delle pagine di Chip&Salsa sul Manifesto, organizza una tavola rotonda per ricordare Franco. Di seguito copincollo l’invito. Al di là del fatto che la giornata si preannuncia interessante, credo che sia importante ricordare una figura di giornalista come quella di Franco Carlini: pioniere nell’avvicinarsi a Internet, lo ha fatto conservando lo sguardo attento da attivista politico formatosi nel gruppo del Manifesto ma soprattutto nel vivo dei movimenti degli anni settanta. E non era scontato.

"Politica condivisa: altruismo e democrazia nella rete. Parole e idee dedicate a Franco Carlini" questo il titolo della tavola rotonda organizzata da Totem per il 20 gennaio 2009 a Genova,
a partire dalle ore 9.00, presso l’Aula Mazzini dell’Università degli
Studi di Genova, Facoltà di Scienze Politiche (Via Balbi 5). 

Franco Carlini, prematuramente scomparso alla fine di agosto
2007, è stato tra i primi in Italia a interessarsi a internet e alla
rivoluzione digitale e alle sue conseguenze sulla cultura, la società e
la politica.
Ha raccontato questi cambiamenti come giornalista, li
ha analizzati come saggista, ha provato a indirizzarli come
intellettuale militante, li ha esplorati come imprenditore.
Tra i
motivi che spiegano il suo interesse per la rete c’ erano, non ultime,
le opportunità che questa apre per la costruzione di relazioni sociali
altruistiche e non esclusivamente utilitaristiche e commerciali.
Di
certo, Franco era affascinato dalle tensioni prodotte nel confronto fra
le pratiche altruistiche emergenti, potenziate dalle reti digitali, e
il funzionamento delle istituzioni sociali presenti, a cominciare dal
mercato. Di certo, si divertiva moltissimo a indagare i conflitti e le
opportunità che questa tensione produceva.
Lo scopo di questo
incontro è dunque quello di continuare a discutere di questi temi con
quell’approccio libero e multidisciplinare che era di Franco.

Scarica qui il programma 

Un altro target di Israele: i media

La Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ) continua a protestare contro le condizioni inaccettabili cui sono sottoposti i media durante l’attacco a Gaza. Eravamo ormai abituati a giornalisti embedded e al bombardamento delle sedi radiotelevisive dalle guerre contro Ex-Jugoslavia, Afghanistan e Iraq. Ora si aggiunge il divieto, imposto con le armi dall’esercito israeliano, di raggiungere le zone di guerra, e quindi di raccontare al mondo in modo indipendente quello che succede in questi giorni di massacri e distruzioni. Secondo Robert Fisk, celebre inviato in Medio oriente dell’Independent, questa mossa potrebbe essere un boomerang per Israele, e un vantaggio per Hamas. Di certo non è un vantaggio per la popolazione palestinese, sottoposta a bombardamenti criminali che non vengono documentati dai media.

E non è un vantaggio per la libertà di stampa: secondo Aidan White, segretario generale della IFJ "ogni giorno che passa assistiamo a continue e ciniche violazioni della libertà di stampa e dei diritti dei giornalisti che cercano, in condizioni difficili, di informare su quello che succede a Gaza. Secondo le nostre informazioni i media all’interno di Gaza sono obiettivi dei soldati israeliani, mentre si impedisce l’accesso dei media esterni" dato che Israele ha attaccato più volte mezzi con la scritta Stampa o TV, oltre ad aver distrutto gli uffici di Al Aqsa Television (mentre scrivo, ovviamente, il sito non funziona). Il Sindacato palestinese dei giornalisti  parla anche dell’arresto da parte di Israele di un reporte di Al-Alam TV che lavorava a Gaza, e Reporter senza frontiere documenta l’arresto di due giornalisti a Gerusalemme.

Mentre la IFJ parla di "cinismo", "oltraggio" e "intimidazione", l’Associazione della stampa estera di Gerusalemme cerca di trattare con le forze israeliane perché smettano di opporsi alla decisione della corte suprema, che ammette l’ingresso di 8 (otto) giornalisti a Gaza. Anche questo inaccettabile, secondo IFJ: "è necessario rifiutare che l’accesso sia controllato, organizzato e supervisionato dalle autorità israeliane". Aidan White insiste nell’affermare che "non è possibile che una sola delle parti decida chi ha diritto a entrare e in che circostanze. I giornalisti devono poter viaggiare e lavorare in libertà e senza il controllo da parte dei militari".

Storia popolare della scienza

Ma la scienza chi la fa: solo gli scienziati in camice bianco? La domanda messa così è un po’ semplicistica. Ma alla faccia dei grandi personaggi eroici, i Galilei, i Darwin e gli Einstein, in Storia popolare della scienza (Tropea, 528 pagine, 24,90 euro) Clifford Conner ha deciso di ribaltare la prospettiva e raccontare la storia della scienza dal punto di vista degli artigiani, dei fabbri, degli operai e dei mercanti che hanno contribuito al suo sviluppo dal basso, senza gloria o riconoscimenti. Sulla falsariga di A people’s history of the United States, il capolavoro di Howard Zinn, Conner costruisce una storiografia al contrario e ci dà un punto di vista originale da cui osservare lo sviluppo della conoscenza scientifica.

Nella sua visione, dalla biologia aborigena a Linux la scienza è un prodotto collettivo, frutto dell’agire creativo della gente comune. Le classi dominanti si appropriano della conoscenza prodotta dal popolo per controllarla e goderne i benefici, e la Big Science è asservita ai bisogni dello stato. Sembra un seminario dell’Hackmeeting. Il suo punto di vista marxista a volte suona troppo rigido e anche un po’ ingenuo, ma su una cosa siamo d’accordo: vogliamo il riconoscimento della creatività dal basso e più controllo democratico sulla scienza! Sull’economia mondiale pianificata sono un po’ meno preparato…

Intanto ci cominciamo a godere un po di garage science?

 

Normali marziani. Avvertenze e istantanee dall’Italia di dopodomani

Domani, sabato 13 dicembre, chi vuole sentire parlare di City of Gods e Serpica Naro (e non solo) si faccia vivo a Normali Marziani. Avvertenze e istantanee dall’Italia di dopodomani all’Opificio Telecom in via dei Magazzini Generali a Ostiense (Roma).

Qui trovate il programma della giornata. Copincollo due righe:

La giornata nasce da un’insoddisfazione e da una scommessa: insoddisfazione per come il mondo delle nuove generazioni adulte italiane è rappresentato, quasi sempre in bilico fra una disillusa  rassegnazione verso un presente vissuto come luogo di sconfitta, di frustrazione, di incapacità e una perpetua ed infantile regressione narcisistica. La scommessa è un atto di convinta resistenza a questa martellante rappresentazione mainstream.

Esistono nuove forme di espressione, di lavoro, di organizzazione, perfino di alimentazione – come il buffet della serata vuole ricordare – vissute e sperimentate da una generazione nuova, adulta, intelligente, capace di progettare il presente guardando il futuro, immaginandolo armonico, potente e libero. Questa galassia di progetti e di sperimentazioni se guardata dall’Italia di oggi può forse apparire irrealistica, solo possibile, comunque sideralmente lontana: chi non si percepisce e non vuole essere rappresentato come un eterno ed insoddisfatto enfant può paradossalmente apparire come un marziano.

Ma è la normalità di questi tempi ad essere fuori da ogni senso, logico e prospettico. Mettiamola così: siamo normali marziani e abbiamo chiaro che il nostro lavoro non è altro che quello di riprenderci la Terra.

Adam Arvidsson: l’Onda e il web

Come si fa a disgiungere l’Onda, e più in generale i movimenti sociali degli anni 2000, dall’uso del web? Sarebbe come pensare al maggio francese senza i manifesti serigrafati o le scritte sui muri. Da Indymedia ai blog degli studenti in mobilitazione, siamo ormai abituati a leggere e produrre notizie e punti di vista, e a discutere con gli altri su Internet. Nel corso degli ultimi anni articoli, libri, ricerche sul ruolo della rete nei nuovi movimenti si sono sprecati.

Ma sono i media a determinare i movimenti? Che ruolo hanno quindi i blog, Facebook, YouTube e gli altri media collaborativi, cioè quelli che chiunque può produrre gratuitamente dal computer di casa? L’ho chiesto ad Adam Arvidsson, un sociologo che da Copenhagen è arrivato da poco alla Statale di Milano. Arvidsson si occupa di media digitali e comunicazione ma anche del ruolo dei brand nella cultura dei consumi.

La protesta corre sulla rete?
I media che troviamo sul web non sono altro che i media che sono entrati nella pratica quotidiana della nostra generazione, quindi usare Facebook non è poi diverso da usare il telefono: il tempo del feticismo della rete è passato. Non penso che l’uso di internet cambi di molto le dinamiche della protesta. Ovviamente è utile per mobilitare e diffondere informazioni in modo più efficiente del classico volantinaggio, ma non causa cambiamenti radicali.

E questo movimento usa media commerciali invece di produrre i suoi stessi media, come si fece con Indymedia qualche anno fa.
Non so se usare piattaforme commerciali o meno sia molto differente. In fondo le aziende del web 2.0 hanno costruito delle proprietà immobiliari virtuali. Tu crei una piattaforma, per esempio MySpace, che è stata venduta a Murdoch nel 2005 per miliardi e miliardi dollari, genera un cash flow di pubblicità di 16 miliardi di dollari all’anno. Ma questa pubblicità acquista valore in quanto entra nei flussi di comunicazione… si tratta di disturbare un minimo questi flussi di comunicazione per inserire spazi pubblicitari, ma ciò non influisce troppo sull’uso dei media.

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Onda Card: la crisi può aspettare

Dopo quattro anni, e qualche processo, si torna a fare attivismo pop nei luoghi del consumo: “La crisi del neoliberismo deve essere pagata dalle banche e dalle
aziende che hanno speculato sulla vita e sul futuro dei cittadini,
dovranno essere loro a pagare i costi di attivazione dell’Onda Card”.