Vegan is not a crime

Il governo britannico ha risposto alla petizione, inviata da decine di personalità del mondo vegetariano, che chiedeva di "legalizzare" i termini "vegan" e "vegetarian". Non che sia proibito pronunciarli, ma non hanno quella definizione di valore legale che in campo alimentare è garantita, per esempio, al termine "biologico". Una bella differenza, quando un consumatore deve valutare l’etichetta di un prodotto.

Ora il governo UK ha ammesso che le direttive europee che definiscono il significato di questi termini non sono sufficienti, e che le linee guida in proposito della Food Standards Agency non sono obbligatorie. Per questo si è impegnato ad analizzare l’efficacia di queste linee guida ed eventualmente a rivederle periodicamente. Sembra che l’India, da questo punto di vista, sia la nazione più attenta all’etichettatura dei prodotti vegani e vegetariani. Qui la nota del Ministero della sanità indiano.

L’Olanda inventa il Free Knowledge Institute

Lo sentiamo dire da anni: l’Europa si candida a diventare leader della società della conoscenza, un’espressione di cui la politica si riempie la bocca spesso. Dietro ai buoni propositi tuttavia si nascondono diverse visioni dei modi per allargare il più possibile la circolazione delle conoscenze.

La Internet Society of Netherlands, agenzia pubblica olandese, ha cercato di fare un piccolo passo avanti dando vita al Free Knowledge Institute (FKI), una fondazione che si dedicherà ad ampliare le possibilità di scambiarsi le conoscenze attraverso internet. Innanzitutto promuovendo lo sviluppo di software libero, quello che si basa sulla collaborazione degli utenti della rete e che tutti possono usare o modificare a piacimento (come Linux insegna).

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Meno ogm = meno carne

La notizia la prendo da Andrea,
che la intitola significativamente "due piccioni con una fava", ma
viene dal New York Times. Mariann Fischer Boel, commissaria europea per
l’alimentazione, avverte preoccupata
i ministri dell’Unione: la resistenza europea agli ogm mette a rischio
anche il mercato della carne aumentando i costi per l’allevamento di
maiali e polli: il mangime non-ogm costa di più.

Friends of the Earth Europe risponde che i prezzi dei mangimi
salgono perché gli agricoltori americani vendono i cereali ai
produttori di biocarburante, diminuendo l’offerta disponibile sul
mercato. Invece, durante la cena a porte chiuse in cui Fischer Boel ha
posto il problema, alcuni ministri dell’Unione si sarebbero trovati
d’accordo con lei e hanno dichiarato che le politiche europee sugli ogm
andrebbero riviste. Chissà cos’avevano mangiato.

Vita da topi: la sperimentazione animale in Europa

Nel 2005 sono stati 12,5 milioni: più 3% rispetto al 2002 (escludendo le nazioni entrate di recente nell’Unione). Al primo posto la Francia con 2.325.398 animali, seguita
dalla Gran Bretagna con 1.874.207 e dalla Germania (1.822.424). L’Italia è al quinto posto, totalizzando solo 896.966 animali usati a fini di sperimentazione. 

Il posto del leone spetta al topo (che brutta battuta) che rappresenta il 53% del totale, seguito da ratto al 19%. Il gruppone degli inseguitori è molto lontano, il primo è il coniglio con un misero 2,6%, a guidare una pattuglia composta da primati (nessuna scimmia antropomorfa ma 10.000 primati in tutto), uccelli, animali a sangue freddo, carnivori, ecc ecc.

Gli scopi per cui sono stati utilizzati: studi biologici di base (33%), ricerca
in campo medico, veterinario e odontoiatrico (31%) e produzione e controllo di qualità in campo medico e odontoiatrico
(11,8%). Percentuali abbastanza stabili, le variazioni principali sono la diminuzione dei test tossicologici (dal 9,9% all’8%) e l’aumento di quasi il 50% per i test cosmetici. 5.571 animali usati per la bellezza, nonostante la direttiva comunitaria che
vieta le sperimentazioni sugli animali a fini cosmetici, cui tutti gli
Stati membri devono conformarsi entro il 2009. La quasi totalità dei
test cosmetici ha avuto luogo in Francia.

I dati provengono da una relazione che sarà presentata a breve al Consiglio e al Parlamento europeo. Io li ho trovati qui.

Qui si può scaricare la relazione in versione integrale. 

Philippe Aigrain: Causa Comune

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source.

Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito. Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» – non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili – garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.

Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.

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Il Mit europeo non è fattibile?

Uno studio commissionato dal parlamento europeo conferma, per l’ennesima volta, che l’Eit (European Institute of Technology) non si farà. Almeno non nei termini definiti da Barroso e dalla commissione europea nel 2005.

L’idea di ricreare un’istituzione scientifico-tecnologica di punta, sulla falsariga del noto Massachusetts Institute of Technology di Boston, non convince. La creatura di José Manuel Barroso ha già incontrato diversi ostacoli sul suo cammino. Se inizialmente l’Eit doveva essere collocato in un’unica città europea, le proteste dei membri dell’Unione avevano già obbligato a fare marcia indietro. Ma nemmeno la seconda proposta, quella di una direzione centrale che coordinasse sei o sette sedi sparpagliate per tutta Europa, convince.

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