La grande truffa della street art

Guardare Exit through the gift shop in un multisala di Hollywood è il modo migliore per apprezzare al meglio quelle che per me sono le doti principali di questo film. Attenzione, il regista è il famoso graffitaro inglese Banksi, ma non fatevi trarre in inganno. Il protagonista principale non è lui ma Mr. Brainwash, il nuovo galmourissimo street artist di Los Angeles, capace alla sua prima mostra di vendere pezzi per un milione di dollari ed essere chiamato a creare la copertina di un disco di Madonna. Dalla strada alle case dei collezionisti di Bel Air senza capire nemmeno bene il perché.

La prima parte del film, in cui l’antieroe Thierry, ossessionato dalla sua telecamera e cugino nientemeno che di Invader diventa il filmaker (e complice) di tutti i più famosi artisti della scena losangelina ed europea è fantastica. Esterno notte, camera a mano e si scalano muri, si incollano stencil, si ritagliano cartelloni pubblicitari, si scappa dalla polizia con personaggi del calibro di Invader, Shepard Fairey, Banksi, Zeus e chi più ne ha più ne metta.

La seconda parte è invece la rivelazione di Mr. Brainwash e della sua capacità assolutamente incredibile di svelare al mondo come l’estetica di strada possa essere trasformata in business e moda. E senza nemmeno pretendere di essere un artista! Un capannone a Hollywood, le giuste raccomandazioni, qualche decina di migliaia di dollari – basta ipotecarsi la casa – la copertina giusta sul giornale giusto, e ovviamente il palcoscenico di Los Angeles.

Questo film è il funerale della street art degli anni 00. Dopo averlo visto, non guarderete più uno stencil nello stesso modo. È un film fantastico, scaricatelo. 

Guerriglia controvegana

Dopo il tremendo spot della Peta – Vegetarians have better sex – in cui una gnocca discinta lecca una zucca e si massaggia i capezzoli con un broccolo con sottofondo heavy metal e riproducendo i peggiori stereotipi sulla donna pronta ad accoppiarsi col primo vegano che passa (stereotipi? ma come! non è vero? per un attimo ci avevo creduto), mi piange il cuore ma devo ammettere che il contro-spot del Beef council è mille volte meglio. "Chi mangia carne fa sesso più grezzo" è il motto. Più ironico e divertente, e niente semidee perfette come quella della Peta.

http://www.youtube.com/watch?v=9tBHWO2oJuY

Link bombing – Reality TV reader 3

Maurizio Ronconi, Udc: "Più che Isola dei Famosi, l’Isola della vergogna"

Angela Azzaro, Liberazione: "Vladimir come Obama? E’ un po’ esagerato, ma fatecelo dire"

Dagospia: "E’ la fine del trans-comunismo"

Imma Battaglia, DiGayProject: "La tv con Vladimir ha cambiato sesso"

Vladimir Luxuria: "Scriverò un libro di favole transgender per bambini"

Antonio Dipollina, Repubblica: "Vlady si toglie la felpa con quella copre il povero bidello fuggito
sull’isola per motivi gelminiani e rimasto seminudo perché l’atroce
contessa lo aveva lasciato ad assiderare, rivendicando il predominio
totale della proprietà privata soprattutto se riferita ai nobili"

Elisabetta Gardini, Pdl: "Come ho piu’ volte tentato di spiegare non era la guerra dei ‘cessi’, ma la guerra dei sessi"

Francesco De Carlo, Megachip: "Bertinotti sceglie Luxuria. Veltroni sceglie Villari. Di Pietro sceglie
De Gregorio. Non sarebbe il caso di un banalissimo
colloquio di lavoro prima di assumere certa gente?"

Apocalittici e integrati – Reality TV reader 2

Simbolo della TV trash, del gossip, della degenerazione culturale. Oppure nuova forma di cultura popolare? Sei apocalittico o integrato? Al di là dei moralismi e snobismi degli apocalittici, i reality show possono essere visti come un fenomeno positivo. Partiamo dagli effetti politici: in alcuni paesi (copio da wikipedia) i reality sono stati veicoli di messaggi proibiti o tabù: nel 2005 in Cina il governo ha criticato il reality Super Girl perché troppo democratico e "volgare". Star Academy Lebanon ha portato nei paesi musulmani una situazione di convivenza tra uomini e donne: in alcuni posti, non è poco.

Un accenno alla teoria: un bel po’ di studiosi dei media hanno visto nei reality un potente portatore di messaggi politici. Leggetevi questo post di Henry Jenkins, in cui si parla del fatto che un reality show non è per forza mediocre e concentrato solo sull’ascoltatore medio per come lo immaginano i media. Anzi, può essere un modo per rompere l’accerchiamento dei dibattiti polarizzati e stupidi che ammorbano la TV. 

Restando a Jenkins, un integrato per eccellenza, mi aveva affascinato la sua lettura del reality come campo di battaglia tra produzione dal basso e colossi dei media. In Cultura convergente prendeva l’esempio di American Idol e di Survivor proprio per parlare di come le culture dei fan e degli utenti dei media possono mettere le mani sui contenuti prodotti dalle corporation dei media e cercare di crackarli. Imperdibile.

L’isola dei famosi – Reality TV reader 1

Non fate i finti tonti, lo sapete tutti: mancano due giorni alla proclamazione del vincitore dell’Isola dei famosi. Mentre la sinistra italiana e la casalinga di Voghera, finalmente unite nella lotta, soffrono e sperano nella vittoria di Vladimir Luxuria, ho deciso di dedicare un post al giorno a reality e Isola. Un po’ perché quest’estate, per un breve periodo, ho lavorato alla produzione di un reality show danese e mi sono divertito un sacco.

Ma anche perché mi sono appassionato all’Isola di quest’anno e al ruolo di Luxuria, che ha saputo portare la sua vita di transgender in un’arena in cui dominano qualunquismo e machismo. L’ha fatto con intelligenza e ironia, mostrando che chi ha scelto di transitare verso un altro genere soffre, ama, ride, spettegola e si diverte come tutto il resto del mondo.

In questi giorni su Liberazione, dopo le polemiche di una parte di Rifondazione per la partecipazione di Vladimir, c’è chi ha scritto – forse esagerando un po’ – che per la causa GLBTQ ha fatto di più lei all’Isola di dieci Gay Pride. Come minimo, ci ha fatto divertire e ha interpretato benissimo il formato reality. Come si a non amare chi in TV esce con un "auguri e figli trans" o prima della prova di resistenza al fuoco dice "Simona conosco metodi più semplici per farsi la ceretta" ma umilia chi la chiama faggot e ottiene le scuse di chi l’ha insultata indicandosi la vagina e dicendo "tu invidi questa"? Se l’applausometro degli spettatori in studio vale qualcosa, Vladimir Luxuria è di gran lunga la partecipante più amata di quest’anno.

Insomma lo scontro tra apocalittici e integrati è archiviato, e Vladimir sta rischiando di rappresentare la prima vittoria della sinistra da un paio d’anni a questa parte 🙂 Angela Azzaro, caporedattrice di Liberazione e di Queer, era stata facile profeta quando alle proteste dei militanti di rifo aveva risposto «Sono proprio quelle trasmissioni
che formano il consenso e stabiliscono un contatto diretto con quei
cittadini che ci hanno voltato le spalle».

Belen sei una stronza, Lucy santa subito!

Dall’onda anomala nasce Anna Adamolo

Anna Adamolo è la pluralità del movimento contro la riforma Gelmini, è il rifiuto a giocare con il futuro come se fossimo a una partita di Monopoli, è il grido di un no e la fermezza di tanti sì.

Anna Adamolo è un immaginario non domato e non normalizzato, è la volontà di tenere aperto il molteplice e il possibile contro l’arroganza di un pensiero contabile, è il rifiuto di sanare le difficoltà dell’oggi con le miserie di domani.

Anna Adamolo è “Noi la crisi non la paghiamo”, Anna Adamolo sono le studentesse e gli studenti, le precarie e i precari, le maestre e i maestri, le insegnanti e gli insegnanti, le bambine e i bambini, le mamme e i papà che in questo mese e mezzo hanno portato nelle piazze d’Italia una protesta mai vista contro i truffatori del presente e del futuro.

Anna Adamolo ha una bella riserva di pazienza, ma non inesauribile. Anna Adamolo vuole prendersi il posto che le spetta in questa società, cominciando magari dal ministero della cosiddetta “pubblica istruzione”.

Se diventi amico di Anna Adamolo, ti chiediamo di cambiare il tuo nome, il tuo profilo o il tuo stato mettendo il suo nome e il suo logo al posto del tuo. Sarà un modo in più per dimostrare che non ci stai neanche tu, a questo gioco macabro che vuole subordinare la conoscenza e la solidarietà alla beffa e al profitto.

Priscilla Wald: Contagio

Il contagio e i suoi significati simbolici, che emergono nei resoconti dei giornali, nel modo in cui la cultura popolare, i film e i media raccontano lo scoppio di un’epidemia o la diffusione di una malattia infettiva. Sono questi i temi di cui si occupa Priscilla Wald, del dipartimento di Women Studies della Duke University, nel suo ultimo libro, uscito da poco negli Usa e intitolato Contagious: cultures, carriers, and the outbreak narrative (Contagio: culture, portatori e la narrativa sulle epidemie, Duke University Press). L’ho incontrata a Seattle e le ho chiesto di spiegare i risultati della sua ricerca in profondità nella cultura popolare americana e nei resoconti che riguardano le malattie infettive, i contagi, le epidemie.

Di cosa parliamo quando parliamo di contagio?

Il contagio è più che un fatto epidemiologico. La circolazione dei microbi materializza la trasmissione delle idee e gli spostamenti delle persone, rendendo visibili le interazioni sociali delle nostre comunità e raccontando la storia nascosta di chi è stato dove e quando, e cosa ha fatto. E le narrazioni sulle epidemie nei media e nella cultura popolare seguono una trama tipica, che inizia con l’identificazione di un’infezione emergente, parla delle reti globali sulle quali si sposta e termina con il suo contenimento. Queste storie però hanno delle conseguenze. Stigmatizzano gruppi di persone, comportamenti e stili di vita. Pensiamo al modo in cui i migranti che arrivavano negli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo, dall’Italia, dalla Russia, erano stigmatizzati in base alle malattie. Certo, ogni individuo che entra in una nuova comunità porta nuovi germi al suo interno, questo è vero. Ma l’idea che i migranti fossero una minaccia nazionale, cosa che veniva detta in quel periodo, non era vera. Inoltre, l’idea che chiudere le frontiere fermerà la malattia non è sempre valida: i microbi e i virus non rispettano i confini, e i portatori della malattia possono essere turisti, viaggiatori, non solo migranti.

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Obama è il nuovo sex symbol

"In politica come nella pop music, legioni di ragazzine che si strappano le mutande non possono sbagliare". Comincia così l’editoriale del nuovo numero di The Nation, settimanale progressista Usa che racconta la reazione di una folla di giovani donne durante un’apparizione pubblica di Obama. Se poi anche sul mercatino di Fremont si cominciano a vendere mutande autoprodotte con la serigrafia di Barack Obama, dev’essere proprio vero che come scrive JoAnn Wypijewski, se "politicamente non sembra sostanzialmente diverso da qualunque altro neoliberale, come sex symbol è il new man", e ormai "anche i ragazzi stanno diventando ObamaGirls".

Secondo Wypijewski il candidato democratico incarna tutta la voglia dell’America di tornare a essere swimming, di essere sedotta e sentirsi di nuovo sexy dopo gli anni del bushismo. Anche il rapporto con sua moglie è stato qualificato come "hot" da diversi giornali popolari, per esempio da Ebony che ha scritto che quando Michelle sale sul palco con Barack, "you see love on stage". Guardatevi qualche video su YouTube.

A Seattle, una delle capitali liberal d’America, l’obamamania è sin troppo visibile: la percentuale di giardini con un cartello pro-Obama è impressionante, come il numero di persone che fanno campagna per strada. Qui a Fremont sono comparsi addirittura stencil con un tremendo Obama/Che Guevara. E siamo solo all’inizio, mancano ancora tre mesi alle elezioni. Per soffiare un po’ sul fuoco The Stranger, il settimanale alternativo della città, ha chiesto ai lettori di mandare racconti erotici a tema che vengono pubblicati nella nuova rubrica, Obamarotica (“Y-yes,” urlai, “Yes…we…can…” mentre entrava dentro di me…). Un must, e non cercate di immaginare la stessa cosa con Walter Veltroni.

In conclusione, l’editoriale tutt’altro che assecondante di The nation ricorda che "è ancora possibile che gli elettori decidano di legare l’identità nazionale al cadaverico e asessuato John McCain e alla sua moglie zombificata ed ex-tossica". Intanto però, Seattle e tutta l’America democratica si godono un’ondata di obamamania senza precedenti, altro che JFK.

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La fisica salverà la sinistra italiana

Fisici italiani del movimento che fu cercano di convincere la sinistra italiana a non chiudersi su se stessa, e lo fanno a colpi di network sociali e simulazioni di società virtuali. Nello studio pubblicato su arXiv due ricercatori hanno costruito un modello di società in cui i nodi della rete sono distribuiti in maniera uniforme nell’arco delle opinioni politiche:

dai “neutrali” (privi di opinione, che
creano link con gli altri indifferentemente) agli “estremisti” (con
idee vicini ai due estremi della distribuzione, che linkano
preferibilmente nodi con idee simili).

I risultati: per garantire una maggiore biodiversità delle opinioni, cioè più cluster collegati tra loro, la società deve saper integrare@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm }
P { margin-bottom: 0.21cm }
–> anche i punti di
vista più polarizzati. Se si riproducono 

i processi di segregazione che in
molte comunità colpiscono i punti di vista più estremi,
per esempio una legge che non permette agli
appartenenti a un determinato gruppo sociale di prendere parte al dibattito
politico, oppure se gli estremisti si rinchiudono in organizzazioni religiose o politiche in cui gli individui si ritrovano a discutere
solo con i propri simili, le opinioni si riducono a un singolo cluster con al suo esterno poco più che individui isolati. Si può organizzare un talk al loft del PD e al congresso di Rifondazione?