La scienza sull’Himalaya

Che scienza e che tecnologia si usano sulla vetta del mondo? Meglio aumentare il PIL o la felicità della popolazione? Come si conservano le immense ricchezze naturali di un’area che comprende poche piccole nazioni, come Bhutan o Nepal, ma che fornisce acqua a 1,3 miliardi di persone in India e Cina? Se lo è chiesto con un intero dossier SciDev, la rete che si occupa del legame tra scienza e sviluppo. Non solo per le caratteristiche geografiche ed ecologiche della regione, ma anche per la sua attenzione allo sviluppo di tecnologie «appropriate», sviluppate localmente e quindi attente alle esigenze dell’ambiente naturale e sociale.

È la messa in pratica delle idee espresse da Ernst Schumacher nel suo Piccolo è bello, il cui sottotitolo è Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa. Schumacher indicava tre caratteristiche delle tecnologie ecologiche e orizzontali: sono economiche e accessibili a tutti; possono essere applicate su piccola scala; e possono essere plasmate e adattate dalla creatività di chi le usa.

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Marsha Tyson Darling: consumismo riproduttivo

Utili, indispensabili, ma mai neutrali. Sono le tecnologie riproduttive e genetiche, i cui effetti sulle donne, ma non solo, sono legati a diversi fattori: la classe sociale, la posizione geografica, gli interessi delle aziende. Lo sostiene Marsha Tyson Darling, studiosa statunitense e membro del Global Network for Women’s Reproductive Rights.

A Wonbit, il convegno su donne e biotecnologie che si è tenuto a Roma dal 21 al 23 giugno scorsi, Darling ha parlato di «Genere e giustizia nell’era del gene». La sua attenzione alle questioni sociali la ha portata a parlare di un «consumismo» riproduttivo, che ha effetti diversi alle diverse latitudini e che coinvolge classi e generazioni diverse.

Se infatti «le tecnologie riproduttive e genetiche emergenti hanno tantissimi effetti positivi», è vero anche che «alcune questioni, che hanno a che fare con i rischi e con gli impatti negativi sulle donne, restano sottovalutate».

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Donghong Cheng: la scienza in Cina

A Trieste ho parlato con Donghong Cheng (foto), segretario esecutivo dalla China Association for Science and Technology (Cast), che si occupa di comunicazione della scienza tramite alcuni progetti di dimensioni bibliche: un «treno della scienza» e una flotta di autobus, per esempio, che nel giro di un anno hanno raggiunto qualcosa come sessantadue milioni di persone concentrate nelle aree più remote (e più povere) del paese, agli antipodi delle esplosive città della Cina orientale. Portando loro scienziati in carne e ossa, informazioni, musei intineranti… e diffondendo una cultura scientifica che è indispensabile per un paese che si candida a diventare capofila dello sviluppo globale.

Lo dimostra la Legge sulla divulgazione della scienza e della tecnologia, promulgata dal governo cinese, che obbliga tutti i media, dalla radio, ai giornali, alle tv, a dedicare più spazio alla scienza. E secondo la quale «chi usa la divulgazione della scienza per accumulare soldi, beni di valore o turbare l'ordine sociale verrà criticato e rieducato da una apposita commissione».

Nonostante i rischi legali e il codazzo di guardie del corpo che vigilano su quello che fa, Donghong è molto disponibile e non si tira indietro di fronte a qualunque tipo di domanda: il problema delle centinaia di migliaia di sfollati causati dalla costruzione delle grandi dighe? Un semplice scambio tra comunità locali e governo («no pain, no gain»). I diritti umani? Un sistema di valori che necessita di un retroterra culturale su cui innestarsi. Il pubblico della Fiera internazionale dell'editoria scientifica di Trieste le ha chiesto di tutto, dai diritti umani, appunto, al protocollo di Kyoto, dagli Ogm (grande motivo di pressione delle multinazionali sul governo cinese) al sistema educativo del suo paese.

L'intervista è uscita sull'Unità di oggi.

 

La malattia della collaborazione

Anche l'Organizzazione mondiale della sanità sperimenta la collaborazione in rete, e lo fa per stilare la sua undicesima versione della Classificazione mondiale delle malattie, il codice rinnovato periodicamente che identifica tutte le patologie che affliggono l'umanità.

Prima d'ora questi sistemi di classificazione erano stilati da panel ristretti di esperti, ma le tecnologie dell'informazione permettono ora di aprire il lavoro di ricerca all'intera comunità medica, che grazie al suo rapporto con il territorio potrà fare un lavoro molto più capillare di quello che potrebbero svolgere gli esperti nominati dall'Oms.

Come afferma Robert Jakob, il responsabile dell'Oms per il sistema di classificazione, «il numero di persone che possono partecipare è sempre limitato, in un modo o nell'altro. E' questa la vera novità di oggi: con questi approccio online, praticamente chiunque ha la possibilità di fornire input».

Del metodo Wikipedia verrà però scartata una delle caratteristiche principali: la possibilità aperta a tutti di editare le voci dell'enciclopedia online. Nel caso Oms ci sarà infatti un filtro composto dagli esperti, per evitare errori o informazioni distorte.

La Cina e gli Usa si linkano

google-beijing-3.gifVerizon, il più grande operatore telefonico statunitense, stenderà una linea di cavi sottomarini tra Cina e Stati uniti, per aumentare la banda internet tra i due paesi.

Oggi i collegamenti passano per il Giappone, ma l'esplosione di internet (e di tutto il resto) in Cina ha sovraccaricato le linee. E così entrano in gioco Verizon Communication insieme a China Telecom e altre compagnie cinesi e coreane che stenderanno 18.000 chilometri di cavo in fibra ottica sotto il pacifico: è il Trans Pacific Express, che sarà completato entro la fine del 2008.

L'obiettivo dell'investimento da 500 milioni di dollari è una banda equivalente a 62 milioni di telefonate contemporanee, cioè circa sessanta volte la capacità attuale: quello che ci vuole per una Cina che entro pochi anni rappresenterà il centro del sistema di comunicazioni asiatico, e che sta viaggiando rapidamente – a un tasso di crescita +20% all'anno – verso i 200 milioni di utenti internet.

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December 20, 2006 | Posted in: infotech, mondo | Comments Closed

Pannocchie e trattati

Il ricorso della Commissione europea contro l'Austria, che dal 1999 vieta l'importazione sul suo territorio di due tipi di mais geneticamente modificato approvati nel resto d'Europa, è stato bocciato.

La richiesta di cancellare il divieto veniva direttamente dal Wto, che bolla come illegale la politica restrittiva dell'Europa, anche dopo la sospensione della moratoria sugli Ogm. Il Consiglio dei ministri europei dell'ambiente ha però decretato che l'Austria è libera di mettere al bando organismi geneticamente modificati, come previsto dalle Nazioni unite con il Protocollo sulla biosicurezza di Cartagena.

L'Austria potrà così continuare a non importare i mais Mon810 della Monsanto e T25 della AgrEvo. L'Organizzazione mondiale per il commercio, spalleggiata da Usa, Argentina e Canada, risponde accusando la Ue di rallentare l'ingresso degli Ogm per motivi politici e commerciali e non per motivi scientifici.

Le norme commerciali del Wto cozzano proprio contro il Protocollo di Cartagena, che permette esplicitamente a ogni Stato di vietare l'importazione di Ogm dei quali non sia stata provata l'innocuità. Protocollo che non è mai stato ratificato da Usa, Argentina e Canada: tre fra i maggiori produttori di mais gm.

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Il mondo dopo una guerretta nucleare

wargames.jpgC'è chi si diverte a creare modelli del cambiamento climatico dopo una guerra con bombe atomiche: bene, una volta si parlava di inverno nucleare come conseguenza di una guerra termonucleare globale (chi non ricorda il film War Games?).

Ma le simulazioni al computer presentate pochi giorni fa al meeting della American Geophysical Union hanno rivelato che anche un'insignificante, innocua guerretta regionale, nella quale due piccole potenze nucleari si scambiano soltanto un migliaio di kilotoni, avrebbe effetti catastrofici sul clima globale.

Stiamo parlando di cento Hiroshima, ma grazie agli avanzamenti tecnici degli ultimi decenni potremmo cavarcela con sole cinque o sei Bombe moderne, lo 0,03% degli arsenali globali: basterebbero per riportare la Terra all'ultima glaciazione, innalzando una colonna di fuliggine di dodici chilometri, che oscurerebbe mezzo mondo per un mese, eccetera eccetera.

È bello associare questi dati alla proliferazione in atto soprattutto tra le mini potenze regionali (appunto) come Iran, Israele, Pakistan o Corea del Nord. Per esempio, perchè paesi strapieni di petrolio a costo zero come Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman e Arabia saudita dovrebbero mettersi a sviluppare centrali nucleari? Forse per produrre un po' di plutonio, che non si sa mai?

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L’ultima Bomba di Blair

Mentre in Gran Bretagna si muore di Polonio 210 e mezzo mondo si dispera per la possibilità che dopo la Corea del Nord anche l'Iran si doti della Bomba, il vulcanico Tony Blair annuncia che varerà un piano per rinnovare l'arsenale atomico britannico da qui al 2024, anno in cui ritiene che il deterrente nucleare sarà ancora indispensabile.

Oggi infatti si scopre che il damerino inglese, come lo chiamava Luigi Pintor, ha deciso di finanziare con qualcosa come cinquanta miliardi di euro (una finanziaria italiana e mezzo) lo sviluppo di un nuovo tipo di sommergibile nucleare della classe Vanguard, che scorazzerà per il mondo le testate strategiche Trident, di fabbricazione americana. Il parlamento britannico approva.

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Nel 2030 moriremo così

Il Global Burden of Disease Project, finanziato dalla Banca mondiale e condotto dalla Harvard University e dall’Organizzazione mondiale della sanità, lavora dal 1993 alle stime delle principali cause di morte.

Ora ha pubblicato su Plos Medicine le sue proiezioni di qui al 2030.

I tre scenari ipotizzati sono caratterizzati da diversi livelli di sviluppo socio-economico, ma hanno in comune l'aumento dell'età media in tutto il mondo e la diminuzione dei morti per malattie infettive, con l'importante eccezione dell'Aids, che aumenterà comunque le sue vittime.

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Biocarburanti dall’Africa all’India

L'India investirà 250 milioni di dollari per la produzione di biodiesel in Africa occidentale. Saranno quindici i paesi africani interessati, tra i quali Benin, Mali, Nigeria e Senegal, guidati dal Ghana. Per cominciare si parla di arrivare a 150.000 ettari di piantagioni di Jatropa, una pianta che tollera la siccità, sviluppando anche le tecnologie necessarie per trasformarla in carburante e trasportarla.

Le grandi nazioni del cosiddetto Bric (Brasile, Russia, India e Cina) sono in una fase di sviluppo forsennato, e la loro sete di fonti di energia aumenta. L'India, particolarmente sprovvista di fonti autoctone, importa il 70% del suo fabbisogno di idrocarburi. Ora dirige lo sguardo (e un bel po' di soldi) verso il biodiesel e verso l'Africa, che da parte sua è alla ricerca di energia a basso costo e di occasioni per monetizzare le sue immense possibilità agricole.

Per l'India si tratta di un investimento a medio termine in vista dell'obiettivo di soddisfare con i carburanti vegetali il 20% della sua domanda energetica entro il 2012. Senza contare che anche Brasile e Cina cominciano a considerare l'Africa un importante partner commerciale.

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