Renzo Tomatis: L’ombra del dubbio

La scienza, anche la ricerca medica, come continuazione dell’impegno umano e sociale, come parte integrante del percorso culturale dell’essere umano. Renzo Tomatis è stato un interprete non comune di questa visione della scienza: medico, ricercatore di fama internazionale – ha diretto per lunghi anni l’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità – ma anche scrittore e protagonista di battaglie per la prevenzione del cancro, contro gli interessi aziendali e i loro condizionamenti alla ricerca, in aiuto dei lavoratori colpiti da patologie legate all’esposizione ad agenti tossici e cancerogeni.

L’ultimo suo libro, L’ombra del dubbio (144 pagine, 13,50 euro) ,pubblicato postumo dall’editore Sironi e impreziosito dalle prefazioni di Claudio Magris e Paolo Vineis, è una raccolta di racconti che hanno sempre al centro la professione del ricercatore. Il primo soprattutto, quello che dà il titolo al volume, è un manifesto della sensibilità di Tomatis per i conflitti di interessi, i patteggiamenti continui con le dinamiche di potere e la perdita dell’innocenza che caratterizzano il lavoro di chi fa ricerca in un settore tanto delicato e importante, ma con tanti legami con l’industria, come quello medico. I protagonisti, compreso il narratore in cui si riconoscono tratti autobiografici, sono invischiati in gelosie, legami nascosti con finanziatori non del tutto limpidi e condizionamenti che ne piegano l’attività di ricerca indirizzandola verso verità non sempre cristalline.

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Addio a Mario Rigoni Stern

Lo scopriamo oggi: una settimana fa è morto Mario Rigoni Stern, scrittore, montanaro, combattente nella seconda guerra mondiale. Con l’Anpi di Piacenza (Associazione nazionale partigiani d’Italia) avevamo più di una volta pensato di invitarlo a parlare in occasione del 25 aprile. Dalle nostre parti, negli ultimi tre anni, sono passati tra gli altri Lidia Menapace e Angelo Del Boca, a raccontare insieme a decine di partigiani piacentini un tempo speciale per il nostro paese.

Mario Rigoni Stern non è stato partigiano, ma ha vissuto lo stesso periodo in un modo in un certo senso simile: si è trovato a gestire il vuoto di potere lasciato dalla disfatta del fascismo, un momento in cui una generazione che non aveva mai conosciuto la democrazia si è ritrovata senza capi e senza leggi. Libera, in un senso più pieno e più pericoloso di quanto possiamo immaginare oggi. Quella generazione ha dovuto reinventare e sperimentare sul campo una forma di gestire i rapporti umani, prima ancora di mettere alla prova le sue idee politiche – quando le aveva.

In un paese di montagna, a inventarsi le leggi di una repubblica partigiana o il modo di gestire i rapporti con la popolazione, oppure nelle nevi della Russia, cercando di riportare a casa un esercito abbandonato dai suoi ufficiali e dai suoi governanti. Comunque, è una generazione dalla quale abbiamo ancora da imparare, senza bisogno di attingere alla retorica sulla Resistenza. Di Mario per fortuna ci restano i libri.

Jon Turney: intervista sul futuro

Secondo Jon Turney, science writer e ricercatore britannico che si occupa degli immaginari legati alla scienza, “tutti gli esseri umani sono futurologi”. Turney ama la scienza narrata, raccontata e i suoi legami con la cultura, e sostiene che “chi perde la capacità di immaginare il futuro non è un essere umano a tutti gli effetti”.

Messi insieme questi due ingredienti, è ovvio che la Rough Guide to the Future che sta scrivendo non sarà una semplice rassegna di previsioni ma una vera e propria guida per orientarsi nel futuro, anzi nei futuri possibili e nei modi in cui le persone li immaginano e li raccontano. In attesa del libro, che uscirà nel 2009 nella collana delle celebri Rough Guide turistiche, Jon sta mettendo le sue riflessioni sul suo blog. Gli ho chiesto di spiegarmi cosa sta cercando.

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Venter vs. noantri, ieri a Bologna

Ieri a Bologna si parlava di geni e bit. Pubblico delle grandi occasioni, traduzione simultanea, location di classe. Infatti erano ospiti due biotecnologi di fama come Rino Rappuoli (Capo della Ricerca Vaccini di Novartis) e la rockstar Craig Venter dell’istituto omonimo (del resto è suo).

E’ stato interessante ascoltare i mega spot dei cattivoni per eccellenza, la Novartis figuriamoci, e i modelli di business di Venter. Che per la cronaca insiste sull’idea di digitalizzare la vita (come da titolo della giornata) e "generare nuova vita a partire dal mondo digitale". Propositi – e prodotti, prima o poi – della sua Synthetic Genomics, Inc. ma anche classici sogni della biologia moderna.

Meno carini i 50 minuti di introduzione, perfetto esempio di autocelebrazione all’amatriciana, propinati ai presenti dai genetisti bolognesi della European Genetics Foundation. Un lungo elenco delle loro attività dal 1800 a oggi e di tutti i biologi famosi passati per le loro stanze. Ah, in sala girava un appello che uscirà su Nature della settimana prossima: oddio, la campagna elettorale non si occupa della ricerca italiana. Visti i risultati in proposito dell’ultimo governo e vista l’immagine che da di sé chi dirige la ricerca italiana, forse è meglio così. Ma su questo ha già detto tutto lui.

Thomas Pogge: brevetti sui farmaci 2.0

Il Manifesto pubblica una lunga intervista a Thomas Pogge, filosofo di Yale e motore di Patent2, un progetto per cambiare il regime internazionale dei brevetti secondo un principio di equità dell’accesso alle cure. Cioè a favore dei paesi più poveri, quelli che non possono permettersi le costose licenze sui farmaci e quelli in cui imperversano le "malattie dimenticate", che non hanno un "mercato" nei paesi ricchi.

L’idea di Patent2 è "alterare gli incentivi all’innovazione ricompensando i proprietari di brevetti in proporzione all’impatto sanitario globale dei loro prodotti. In cambio, ne permetteranno la produzione, distribuzione e vendita". Un sistema di incentivi a livello globale che premi chi investe nelle malattie più diffuse e permette a tutti di fruire delle sue scoperte senza avere un ritorno economico diretto.

Pogge non nasconde le difficoltà tecniche, economiche e politiche della sua proposta, in un settore che non vede certo di buon grado le regole sovranazionali (sempre che non vadano a favore delle aziende, come nel caso degli accordi Trips). Viene da chiedersi: una volta raccolto il (molto) denaro per far funzionare il sistema di Patent2, non sarebbe più semplice e trasparente investirlo in ricerca pubblica, rilasciando i risultati sotto licenze aperte, cioè donandoli a chi li vuole utilizzare?

Di seguito l’intervista Read the rest of this entry »

George Church partecipa al genomics X PRIZE

George Church, genetista di Harvard, leader del Progetto Genoma Umano e fondatore della start-up biotech Codon Devices è entrato in uno dei team che gareggiano per vincere l’Archon X PRIZE, una gara da 10 milioni di dollari per il primo che sequenzierà cento genomi umani in 10 giorni per meno di 10.000 dollari l’uno.
Il Personal Genome X-Team di Church include un ingegnere aerospaziale, un fisico, un genetista e diversi bioinformatici.

Inoltre, per la felicità di Wired, George Church è un “Open Source Junkie”, un tossico dell’Open Source, e metterà in rete, liberamente disponibili per chiunque, la nuova generazione di sequenziatori genomici che nasceranno dal suo X-Team, per incoraggiare la cooperazione e fare in modo che tutti abbiano la possibilità di accedere al sequenziamento a basso prezzo.
E’ quello che fa anche con il suo Personal Genome Project, nel quale ha raccolto 10 volontari che hanno autorizzato la pubblicazione open del loro genoma sul web.

Jon Turney: scienza, libri… e Frankenstein

Science writer, editor, insegnante di scrittura saggistica creativa all’Imperial College di Londra, Jon Turney è innanzitutto un amante della scienza narrata, immaginata, rappresentata, come testimonia il suo blog.

La sua passione è esplorare il confine artificioso tra le due culture, scientifica e umanistica, attraversandolo e ibridandolo, parlando di scienza anche tramite la letteratura e il cinema. Su quel confine si muove infatti l’unico libro di Turney pubblicato in Italia: Sulle tracce di Frankenstein. Scienza, genetica e cultura popolare (Einaudi, 360 pagine, 19 euro), una ricerca negli immaginari della modernità della figura del mostro inventato da Mary Shelley.

Non è un caso, secondo Jon Turney, che sia possibile ripercorrere la storia della biologia degli ultimi due secoli leggendo i romanzi, i testi teatrali, le pubblicità che hanno interpretato e stimolato i timori e le speranze legati alla manipolazione tecnoscientifica dei viventi. A partire da un libro che ha saputo reinventarsi e tramandare fino ai nostri giorni una figura, quella dello scienziato come moderno Prometeo, che oggi sopravvive insieme a mille altre immagini popolari della scienza.
Si parla di scienza in tantissimi media: film, internet, televisione, pubblicità. Nel Ventunesimo secolo c’è ancora un ruolo per i libri?

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Marsha Tyson Darling: consumismo riproduttivo

Utili, indispensabili, ma mai neutrali. Sono le tecnologie riproduttive e genetiche, i cui effetti sulle donne, ma non solo, sono legati a diversi fattori: la classe sociale, la posizione geografica, gli interessi delle aziende. Lo sostiene Marsha Tyson Darling, studiosa statunitense e membro del Global Network for Women’s Reproductive Rights.

A Wonbit, il convegno su donne e biotecnologie che si è tenuto a Roma dal 21 al 23 giugno scorsi, Darling ha parlato di «Genere e giustizia nell’era del gene». La sua attenzione alle questioni sociali la ha portata a parlare di un «consumismo» riproduttivo, che ha effetti diversi alle diverse latitudini e che coinvolge classi e generazioni diverse.

Se infatti «le tecnologie riproduttive e genetiche emergenti hanno tantissimi effetti positivi», è vero anche che «alcune questioni, che hanno a che fare con i rischi e con gli impatti negativi sulle donne, restano sottovalutate».

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Philippe Aigrain: Causa Comune

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source.

Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito. Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» – non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili – garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.

Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.

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Richard Stallman: free science

Tocca a Richard Stallman, guru del free software, dire la sua sulla scienza e sull'Open Access. Anche se odia la parola «open», soprattutto se unita alla parola «source», mi ha parlato dei legami tra scienza, free software e movimento per l'open access nell'editoria scientifica.

Stallman sarà oggi a Roma alla Sapienza prima, e alla Camera dei Deputati poi. L'intervista completa è uscita su Liberazione, ma questa parte è inedita:

Il movimento per l’open access nella scienza è stato influenzato dall’esperienza del software libero. Si tratta comunque di libera circolazione della conoscenza, no?

L’ideale della cooperazione tra gli scienziati mi ha ispirato a fondare il movimento del free software. Da allora, questo ideale è stato danneggiato dalla commercializzazione della scienza: per questo sono felice che gli ideali del free software possano restituire il favore rinsaldando la cooperazione scientifica.

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