Gesù dove pubblicherebbe? Su PLoS One

Almeno lo sostiene la maglietta di Michael Eisen, il genetista nerd di Berkeley fondatore di Public Library of Science e della sua rivista più innovativa, PLoS One, in cui la peer review è aperta a tutta la comunità scientifica online. La maglietta la porta anche un numero di Genome Technology, che mette in copertina i tre padri di PLoS e dedica ben sei pagine a raccontare le magnifiche sorti e progressive dell’open access nella genomica e nella bioinformatica.

Qui potete scaricare il pdf dell’articolo "Ready or not, here comes open access".

Tavola rotonda per Franco Carlini

Totem, l’agenzia di stampa fondata da Franco Carlini e responsabile, tra le altre cose, delle pagine di Chip&Salsa sul Manifesto, organizza una tavola rotonda per ricordare Franco. Di seguito copincollo l’invito. Al di là del fatto che la giornata si preannuncia interessante, credo che sia importante ricordare una figura di giornalista come quella di Franco Carlini: pioniere nell’avvicinarsi a Internet, lo ha fatto conservando lo sguardo attento da attivista politico formatosi nel gruppo del Manifesto ma soprattutto nel vivo dei movimenti degli anni settanta. E non era scontato.

"Politica condivisa: altruismo e democrazia nella rete. Parole e idee dedicate a Franco Carlini" questo il titolo della tavola rotonda organizzata da Totem per il 20 gennaio 2009 a Genova,
a partire dalle ore 9.00, presso l’Aula Mazzini dell’Università degli
Studi di Genova, Facoltà di Scienze Politiche (Via Balbi 5). 

Franco Carlini, prematuramente scomparso alla fine di agosto
2007, è stato tra i primi in Italia a interessarsi a internet e alla
rivoluzione digitale e alle sue conseguenze sulla cultura, la società e
la politica.
Ha raccontato questi cambiamenti come giornalista, li
ha analizzati come saggista, ha provato a indirizzarli come
intellettuale militante, li ha esplorati come imprenditore.
Tra i
motivi che spiegano il suo interesse per la rete c’ erano, non ultime,
le opportunità che questa apre per la costruzione di relazioni sociali
altruistiche e non esclusivamente utilitaristiche e commerciali.
Di
certo, Franco era affascinato dalle tensioni prodotte nel confronto fra
le pratiche altruistiche emergenti, potenziate dalle reti digitali, e
il funzionamento delle istituzioni sociali presenti, a cominciare dal
mercato. Di certo, si divertiva moltissimo a indagare i conflitti e le
opportunità che questa tensione produceva.
Lo scopo di questo
incontro è dunque quello di continuare a discutere di questi temi con
quell’approccio libero e multidisciplinare che era di Franco.

Scarica qui il programma 

Adam Arvidsson: l’Onda e il web

Come si fa a disgiungere l’Onda, e più in generale i movimenti sociali degli anni 2000, dall’uso del web? Sarebbe come pensare al maggio francese senza i manifesti serigrafati o le scritte sui muri. Da Indymedia ai blog degli studenti in mobilitazione, siamo ormai abituati a leggere e produrre notizie e punti di vista, e a discutere con gli altri su Internet. Nel corso degli ultimi anni articoli, libri, ricerche sul ruolo della rete nei nuovi movimenti si sono sprecati.

Ma sono i media a determinare i movimenti? Che ruolo hanno quindi i blog, Facebook, YouTube e gli altri media collaborativi, cioè quelli che chiunque può produrre gratuitamente dal computer di casa? L’ho chiesto ad Adam Arvidsson, un sociologo che da Copenhagen è arrivato da poco alla Statale di Milano. Arvidsson si occupa di media digitali e comunicazione ma anche del ruolo dei brand nella cultura dei consumi.

La protesta corre sulla rete?
I media che troviamo sul web non sono altro che i media che sono entrati nella pratica quotidiana della nostra generazione, quindi usare Facebook non è poi diverso da usare il telefono: il tempo del feticismo della rete è passato. Non penso che l’uso di internet cambi di molto le dinamiche della protesta. Ovviamente è utile per mobilitare e diffondere informazioni in modo più efficiente del classico volantinaggio, ma non causa cambiamenti radicali.

E questo movimento usa media commerciali invece di produrre i suoi stessi media, come si fece con Indymedia qualche anno fa.
Non so se usare piattaforme commerciali o meno sia molto differente. In fondo le aziende del web 2.0 hanno costruito delle proprietà immobiliari virtuali. Tu crei una piattaforma, per esempio MySpace, che è stata venduta a Murdoch nel 2005 per miliardi e miliardi dollari, genera un cash flow di pubblicità di 16 miliardi di dollari all’anno. Ma questa pubblicità acquista valore in quanto entra nei flussi di comunicazione… si tratta di disturbare un minimo questi flussi di comunicazione per inserire spazi pubblicitari, ma ciò non influisce troppo sull’uso dei media.

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Geert Lovink: La googlizzazione delle nostre vite

Dal Sole 24 ore/Nova di ieri, copincollo questo pezzo di Geert Lovink, autore di Zero Comments (Bruno Mondadori, 184 pagine, 14 euro). Lovink era ieri all’Università Bicocca di Milano all’interno del convegno Tech it Easy.

Society of the Query: The Googlization of our Lives. A Tribute to Joseph Weizenbaum

«Uno spettro insegue le elite intellettuali del mondo: l’eccesso di informazione. Le persone normali hanno dirottato le risorse strategiche e stanno intasando i canali mediatici, che una volta erano attentamente sorvegliati. Prima di internet, i mandarini si cullavano nell’idea di poter separare le “chiacchiere” dalla “conoscenza”, ma dopo la nascita dei motori di ricerca non è più possibile distinguere tra idee patrizie e gossip plebeo. La distinzione tra alto e basso e il loro rimescolamento in occasione del carnevale appartengono a tempi passati e non abbiamo più motivo di preoccuparcene, perchè oggi l’allarme è causato da un fenomeno completamente nuovo: i motori di ricerca scelgono in base alla popolarità, non alla Verità.

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Priscilla Wald: Contagio

Il contagio e i suoi significati simbolici, che emergono nei resoconti dei giornali, nel modo in cui la cultura popolare, i film e i media raccontano lo scoppio di un’epidemia o la diffusione di una malattia infettiva. Sono questi i temi di cui si occupa Priscilla Wald, del dipartimento di Women Studies della Duke University, nel suo ultimo libro, uscito da poco negli Usa e intitolato Contagious: cultures, carriers, and the outbreak narrative (Contagio: culture, portatori e la narrativa sulle epidemie, Duke University Press). L’ho incontrata a Seattle e le ho chiesto di spiegare i risultati della sua ricerca in profondità nella cultura popolare americana e nei resoconti che riguardano le malattie infettive, i contagi, le epidemie.

Di cosa parliamo quando parliamo di contagio?

Il contagio è più che un fatto epidemiologico. La circolazione dei microbi materializza la trasmissione delle idee e gli spostamenti delle persone, rendendo visibili le interazioni sociali delle nostre comunità e raccontando la storia nascosta di chi è stato dove e quando, e cosa ha fatto. E le narrazioni sulle epidemie nei media e nella cultura popolare seguono una trama tipica, che inizia con l’identificazione di un’infezione emergente, parla delle reti globali sulle quali si sposta e termina con il suo contenimento. Queste storie però hanno delle conseguenze. Stigmatizzano gruppi di persone, comportamenti e stili di vita. Pensiamo al modo in cui i migranti che arrivavano negli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo, dall’Italia, dalla Russia, erano stigmatizzati in base alle malattie. Certo, ogni individuo che entra in una nuova comunità porta nuovi germi al suo interno, questo è vero. Ma l’idea che i migranti fossero una minaccia nazionale, cosa che veniva detta in quel periodo, non era vera. Inoltre, l’idea che chiudere le frontiere fermerà la malattia non è sempre valida: i microbi e i virus non rispettano i confini, e i portatori della malattia possono essere turisti, viaggiatori, non solo migranti.

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Loretta Donnely: salva il tuo Starbucks

Seattle è la città dove Starbucks è nato e ha la sua sede centrale. La più grande catena di caffè del mondo, con 16.000 bar di cui 11.000 negli Stati Uniti e qualcuno anche in Europa, è un’istituzione locale. Così, quando il primo luglio la company ha annunciato la chiusura di 616 locali in tutti gli states, la notizia è andata su tutti i giornali. Però nonostante i 12.000 licenziamenti previsti, le proteste non sono arrivate dai lavoratori o dal sindacato ma dai clienti, che si stanno organizzando dappertutto.

Oggi ho incontrato Loretta Donnely, una ex-dipendente della catena che da dieci giorni staziona al tavolino fuori dallo Starbucks di Capitol Hill (uno dei 616 sulla lista nera) raccogliendo firme per impedirne la chiusura. Sta diventando una star locale, con 12.000 firme da mandare a Howard Shultz, il boss della multinazionale che sta a poche miglia da qui, apparizioni in tv e alla radio. La gente che passa davanti al caffè la saluta e si ferma volentieri a firmare. Le ho chiesto mille volte perché ha dato vita a questo grassroots movement per difendere una corporation multimiliardaria quando il suo quartiere è stracolmo di caffé indipendenti, organic, legati strettamente alla comunità. Niente da fare. Lei è determinata e vuole il suo Starbucks nel suo quartiere. Un brand insostituibile.

Loretta dice che "è stata Seattle a creare Starbucks, non possono dimenticarlo. Ora sono loro che devono tornare alla gente, alla comunità e vedere cosa succede qui." Un po’ di equilibrio arriva da Stephen Colbert, un famoso comico che la settimana scorsa durante il suo show alla tv ha detto “questo è il tipo di attivismo dal basso che mi piace, quello che supporta la diffusione delle corporation più infernali”. Tornando a Loretta, quando il discorso cade sul destino dei lavoratori e sull’assenza delle Union, la risposta è quasi ovvia: "i sindacati non servono, questa azienda tratta i suoi lavoratori benissimo." Lo chiederò a qualcuno di quei dodicimila

Bruno Latour: Disinventare la modernità

Davvero scienziati ed esperti sono in grado di decidere quali sono i fatti e controllare la direzione del progresso? Sono alcune delle domande cruciali che si è posto, nella sua ormai trentennale attività di ricerca, il sociologo e antropologo della scienza francese Bruno Latour. Ora Eleuthera gli dedica un piccolo volume: Disinventare la modernità. Conversazioni con François Ewald (72 pagine, 8 euro), una lunga intervista che cerca di ripercorrere le tappe della sua carriera e i punti più importanti del suo pensiero.

Partiamo dal tipo di modernità che Latour si propone di disinventare. In Non siamo mai stati moderni l’antropologo francese aveva chiamato modernità la capacità di separare in modo netto – e artificioso – fatti e valori. Da una parte i fatti, verificati da una scienza neutrale. Dall’altra i valori, le scelte politiche, gli interessi. Oggi tuttavia secondo Latour non siamo più moderni, dato che questa separazione non è più possibile, e gli oggetti di cui il nostro mondo si è popolato sono sì diversi ma legati indissolubilmente tra di loro, che si tratti di microbi, ricercatori, valori etici, transistor…

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I fumetti del Prof. Bad Trip

La Shake edizioni continua con la sua opera di recupero della produzione del Prof. Bad Trip, uno degli artisti più innovativi prodotti dall’underground italiano dagli anni ottanta a oggi, scomparso un anno e mezzo fa e cui aveva già dedicato un altro volume, L’arte del professor Bad Trip, e un sito internet per mantenerne vivo il ricordo.

Stavolta invece un libro raccoglie i fumetti del professore (I fumetti del Prof. Bad Trip, 256 pagine, 15 euro), pseudonimo di Gianluca Lerici, un grande interprete dei mutamenti politici e tecnologici che hanno attraversato il mondo negli anni del post-fordismo, del riflusso della politica e della tragedia ecologica.

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