Copenaghen: Odio i summit!

I hate summits. Questa frase, sentita a Copenaghen da un fratello danese, per me racchiude la sensazione che il decennio noglobal, con i suoi appuntamenti fissi, cioè summit e controsummit, sia finito. A Copenaghen abbiamo visto l’ultima mobilitazione degli anni Duemila. Negli anni Dieci vedremo un movimento nuovo e diverso? I giorni di Copenaghen sono passati, ma gli effetti del vertice e del debutto sul palcoscenico mondiale del movimento per la giustizia climatica sono ancora tutti da analizzare. Nei giorni scorsi insieme alla neve sono fioccati i commenti positivi, che come si diceva nell’enfasi della vigilia parlano della rinascita di un movimento che tenga insieme le diverse soggettività radicali del mondo e si ponga obiettivi politici di livello globale.

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John Wilbanks: clima e proprietà intellettuale

La scienza è un bene comune? È quello che pensano a Science Commons, una costola di Creative Commons, l’associazione americana che si occupa di proprietà intellettuale e diffusione della cultura e dei saperi. John Wilbanks, direttore di Science Commons, lavora da anni a pensare e organizzare modelli di innovazione aperti, in cui la partecipazione sia libera e i risultati accessibili a tutti, e alla scrittura di licenze aperte, alternative a brevetti e copyright. Insomma la scienza come commons, come bene comune. Gli abbiamo chiesto un parere sul clima e sul vertice di Copenaghen proprio dal punto di vista dei brevetti e dell’accesso ai saperi e alle tecnologie.


Perche le tecnologie verdi dovrebbero essere considerate un bene comune?

Il fatto è che avremo bisogno che molte di queste tecnologie interagiscano, per raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2, efficienza energetica, riduzione dei rifiuti, e progettazione di nuovi materiali. Ci sono campi diversi su cui giocano attori diversi. Se tutte le tecnologie più importanti devono essere comprate a caro prezzo, sarà molto difficile usarle insieme.
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Clima e brevetti a Copenaghen

Tutti concordano su una cosa: per affrontare il cambiamento climatico non bastano soluzioni tecnologiche innovative. Bisogna anche che queste si diffondano il più possibile ed entrino a far parte di un nuovo modello produttivo a livello mondiale. La pressione sui paesi più poveri perché facciano la loro parte per ridurre le emissioni aumenta. Ma a loro serve accesso a basso costo alle tecnologie a bassa emissioni di anidride carbonica. Inoltre, i monopoli di conoscenza impediscono ai produttori locali di adattare le tecnologie ai bisogni locali: un’enorme spreco per un settore in cui la diffusione delle tecnologie potrebbe essere capillare. Il problema è che di mezzo ci sono i brevetti, e al vertice COP15 di Copenaghen ne parleranno i delegati di 190 paesi.

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In edicola Il Clandestino… giornalisti per Caso?

Oggi in edicola c’era il primo numero di un nuovo quotidiano, "Il clandestino". Nasce da un sito web a quanto pare molto visitato e, con una piroetta (in questi tempi di vacche magre per le vendite dei giornali), si lancia in un’edizione cartacea. Il bello è che gli editori sono i Caso, tristemente noti per vicende editoriali finite male, fallimenti seriali e strambe avventure imprenditoriali in sudamerica.

L’esempio migliore è Dieci, il quotidiano sportivo uscito per pochi mesi nel 2007 e chiuso dopo aver lasciato a casa senza pagare gli stipendi i giornalisti, e Globo, altro foglio con una storia simile. Materiale per tribunali più che per edicole.

Ci si chiede come sia possibile che editori che devono restituire migliaia di euro a lavoratori e credo anche fornitori possano aprire un ennesimo giornale. Se volete leggere un po’ cosa ne pensano i diretti interessati, guardate i commenti all’editoriale di lancio del giornale, farciti di persone che rivogliono i loro soldi! E fate in fretta perché stanno cancellando i commenti più scomodi (temo dovranno cancellarli tutti se va avanti così). Questo, per esempio, l’hanno già cancellato:

"E’ una vergogna che un bandito come Caso possa ancora uscire in edicola con un quotidiano dopo i fallimenti con Globo e Dieci. UNA VERGOGNA che un editore che regolarmente non paga i propri dipendenti (oltre ai fornitori) possa continuare a fare quello che vuole. Questa è l’Italia, scrivetelo sul Clandestino. Ah, piccolo inciso, il giudice ha stabilito che i Caso mi devono 13mila euro: vengo a prenderli da voi?"

Ed è solo uno dei tanti. Oppure potete leggere qualcosa sulla vicenda di Dieci sul blog Te lo do io dieci, fatto dai giornalisti trombati. Certo, la redazione del Clandestino non c’entra nulla con le magagne dei suoi editori. Anzi, meglio se stanno attenti al portafogli anche loro! Vedremo se e come risponderanno ai lavoratori trombati dai Caso. Interessante anche il sito della loro azienda, la Giornali e Associati Spa: in allestimento, manco a farlo apposta.

Tra l’altro ultimamente nuovi quotidiani ne sono usciti una cifra: in questo momento mi vengono in mente L’altro (pardon, Gli altri) di Sinistra e libertà, Terra dei Verdi o di quel che ne resta, e Il fatto di Padellaro e Travaglio. Alla faccia del mercato asfittico italiano. Scommettiamo che l’anno prossimo la maggior parte chiuderà? E il Clandestino, che come grafica, progetto editoriale e contenuti è di gran lunga il peggiore, lo vedo in pole position. 

Fallisce deCODE. No future per la genomica pura

Per qualcuno è il segnale della fine della genomica "pura", quella che affastella dati su dati senza sapere bene cosa farci. La deCODE Genetics di Kari Stefansson, una delle imprese capofila di questo approccio, ha aperto una procudera di fallimento: ha accumulato un debito di 314 milioni di dollari a fronte di un capitale di soli 70 milioni.

Per chi non la conoscesse, la deCODE è l’azienda islandese che è diventata famosa per il suo progetto Health Sector Database (HSD), di raccolta dei dati medici e genetici dell’intera popolazione dell’Islanda: nei suoi database ci sono i dati di 140.000 islandesi (ora in vendita). Negli ultimi anni si era invece lanciata nel settore della genomica personalizzata con il progetto deCODEme: test e screening genomici più o meno low cost per scoprire supposte predisposizioni alle malattie.

"Non abbiamo mai generato profitti", annuncia sconsolato il documento pubblicato da deCODE, che rivela come le sue uniche entrate siano sempre e soltanto state legate a contratti con case farmaceutiche e sovvenzioni. Sulle vicende di deCODE c’è un libro molto bello di Mike Fortun, un antropologo americano che ha studiato gli scontri politici avvenuti in Islanda ai tempi del progetto HSD. "Promising genomics, Iceland and deCODE Genetics in a World of Speculation", parla di come una piccola impresa biotecnologica ha fondato le sue fortune, ed è diventata una delle più ricche della storia, basando tutta la sua attività su un’insistente, continua e inarrestabile narrazione sul futuro.

Crackare i propri geni per conoscere il proprio futuro, per esplorare possibilità inimmaginabili, per curare malattie che ancora non abbiamo. Nel racconto di Furtun la speculazione avveniva di pari passo in due campi: nelle narrazioni sui risultati possibili della genomica e sui listini del Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici. Uno di quei due tipi di speculazione è arrivato al peggior no future possibile, la bancarotta.

Vino rosso e eros per sempre

Il mio guru Nicola Mondaini ha pubblicato un libro tutto dedicato a vino e sessualità. In attesa di leggerlo vi ripropongo le sue ricerche che dimostrano che le donne della regione del Chianti che si bevono un paio di bicchieri di rosso al giorno hanno una sessualità migliore delle astemie.

Mi diverte molto il modo in cui queste ricerche correlano un po’ qualunque cosa a una parte del comportamento umano tanto complessa come il sesso. Ovviamente, non spiegano mai quale sarebbe il nesso causale tra i bicchieri di vino, per esempio, e il miglioramento della sessualità. Io intanto ho rinpinguato la mia cantina, non si sa mai.

Carta per l’innovazione, la creatività e l’accesso alla conoscenza

Dal Forum della cultura libera di Barcellona, che si è tenuto la settimana scorsa, esce la Carta per l’innovazione, la creatività e l’accesso alla conoscenza, per contrastare l’attività delle lobby dell’industria culturale e la tendenza a privatizzare e recintare cultura e conoscenza. Scritta collettivamente da alcune decine di persone e organizzazioni internazionali che si occupano di accesso ai saperi, mi sembra un’ottimo documento.

E presto verrà presentata a istituzioni politiche e
governi, incluse la WIPO (Organizzazione Mondiale per la
Proprietà Intellettuale), l’Amministrazione Obama, la Commissione
europea e molti governi nazionali. Alcune di queste organizzazioni
erano presenti al Forum, per esempio rappresentanti della Commissione europea e osservatori ufficiali del
Ministero della cultura brasiliano. La campagna farà appello al governo
spagnolo, che tra poco assumerà la presidenza dell’Unione
europea. Niente, in confronto al fatto che la Carta sarà consegnata personalmente a "La
Infanta Cristina
", la figlia del re di Spagna.

Web 2.0: Before, during and after the event

Il nuovo numero della rivista australiana Fibreculture è tutto dedicato a teoria critica e web 2.0. Il sottotitolo dice "before, during and after the event", perché la nascita e l’emergere della rete collaborativa è un processo ancora in atto ma i cui contorni sono già stati tracciati da un fiume in piena di libri, post e talk a congressi. Uno degli articoli più interessanti di questo numero di Fibreculture è Beyond the ‘Networked Public Sphere’ di Ben Roberts, che analizza l’utopia tecnocratica del web come forma di partecipazione di per sé migliore, più aperta, più democratica. Criticando Yochai Benkler, Roberts afferma che le istanze di partecipazione non possono basarsi solo sull’uso di uno strumento tecnologico, ma devono far parte di un progetto politico-economico ben più ampio.

In questo senso è interessante anche il breve saggio di Michel Bauwens, Co-creation and the new industrial paradigm of peer production, che magari non aggiunge molto di nuovo a chi già conosce la sua visione del peer-to-peer come dinamica sociale e non solo tecnologica, ma ha il pregio di racchiudere in poco spazio le sue tesi principali. Infine c’è anche il collettivo Ippolita, che con Geert Lovink e Ned Rossiter firma The Digital Given: 10 Web 2.0 Theses.